Dina a Massalengo riabbraccia la famiglia: «Lassù non mi volevano...»

Dina a Massalengo riabbraccia la famiglia: «Lassù non mi volevano...»

Costantina Vitali torna a casa dopo 5 settimane di ricovero, l’ex insegnante del Bassi nel 2005 era già stata 45 giorni in rianimazione

«È la seconda volta che arrivo davanti alla porta di San Pietro e mi ricacciano indietro..». Costantina Vitali, conosciuta da tutti come Dina, il prossimo 4 maggio compirà 76 anni. Le ultime cinque settimane, le ha passate in ospedale, prima al Maggiore di Lodi, poi al reparto Malattie Infettive di Sant’Angelo. Fino a cinque giorni fa, aveva la maschera per l’ossigeno e la notte spesso e volentieri non riusciva a dormire. «L’incubo di soffocare l’ho avuto diverse volte» racconta piano, in un momento di pausa nel ritmo inconfondibile e trascinante della sua parlata.

Ex docente dell’Istituto Bassi di Lodi – insegnava trattamento testi e fino al 1998 c’era chi temeva i suoi 2 sul registro - , presenza fissa in molti consigli comunali del Lodigiano, da Massalengo a San Colombano a Borghetto Lodigiano, a San Giuliano, per molti anni a Lodi, per l’attività di registrazione e verbalizzazione delle sedute dell’aula, Dina Vitali è tra quelli che ce l’hanno fatta. Ha vinto la sua battaglia contro il Covid-19, nonostante l’età – «in ospedale non ci credeva nessuno che il 4 maggio ne faccio 76» - e qualche pregresso problema di salute, come gli strascichi alla funzionalità di un polmone dovuti ad un incidente in moto nel 2005, che l’ha portata in rianimazione per 45 giorni. Figli e nipoti l’hanno accolta ieri, nel cortile della cascina di Motta Vigana, immortalando in un video il momento commuovente del rientro. Il sindaco di Massalengo Severino Serafini le ha tributato un affettuoso messaggio sui social, perché «nonostante la differenza di età io e Dina Vitali siamo amici e lo siamo da diversi anni, da molto prima che diventassi sindaco. Anche questa volta, come sempre, mi ha fatto tribolare, ma oggi tornando nel nostro paesino mi ha reso la persona più felice del mondo. Ben tornata rumpa baĺe, ti voglio bene e stavolta non ti basterà un caffè». «Serafini lo conosco da quando aveva otto anni e mi ha chiamato tutti i giorni in queste settimane, è stato il massimo come sindaco». E ieri gli ha fatto arrivare anche un mazzo di fiori.

Consiglieri comunali di vari comuni hanno fatto il tifo per lei e l’hanno incoraggiata durante il ricovero. Il suo incubo è iniziato l’8 marzo con febbre altissima fino a 40, la polmonite già diagnosticata dal medico di base. Ricorda bene la permanenza successiva al pronto soccorso, in attesa dell’esito del tampone e i lamenti di chi stava peggio, la paura di non soffocare che non la faceva dormire. «Non avevo paura per me, ma per mia figlia: non volevo che soffrisse. E poi quei farmaci pesantissimi, che ti rivoltano come un calzino: riuscivo a fare solo qualche passo trascinandomi dietro l’ossigeno. Poi mi hanno messo la maschera e l’ho tenuta fino a cinque giorni fa. L’esperienza più dura è l’isolamento, il non poter avere contatti». In corsia però qualcuno ha riconosciuto lei: un infermiere, suo ex alunno al Bassi.


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