Da soli davanti al cartellone

Che l’anno scolastico sia finito nel più tradizionale dei modi, lo si è capito non solo dallo strombazzamento di vigorose trombe chiassose, ma anche dall’urlo liberatorio lanciato in coro con foga dai ragazzi mentre la campanella concludeva il suo quotidiano lavoro. Ora sarà silenzio o al massimo continuerà a suonare perché elettronicamente programmata, ma nessuno l’ascolterà. I ritmi, nei giorni a venire, saranno decisamente diversi. Ci sono gli esami di maturità alle porte, mentre la macchina organizzativa vede i docenti, in questi giorni, impegnati negli scrutini finali. Un compito professionalmente delicato, alquanto sentito dagli insegnanti chiamati a dare un giudizio conclusivo sul comportamento, sulla serietà, sull’impegno nello studio che a ciascun studente è richiesto. Nel frattempo l’avvento dei social network ha rimescolato le carte. Negli ultimi anni, infatti, la cronaca ci ha trasmesso immagini di giovani festanti impegnati a scambiarsi gavettoni, a bagnarsi nelle fontane, a lanciarsi uova e farina e nei casi più estremi, ad abbandonarsi a pantagrueliche bevute di birra, a lasciarsi andare a gesti violenti e pericolosi. Poi, come da tradizione, tutto sembra rientrare in una più equilibrata tensione davanti all’esposizione dei risultati sui fatidici cartelloni. A seconda dell’esito, si può assistere a sorrisi, grida di gioia, per gli ottimi risultati raccolti, ma anche a musi lunghi e incriminazioni a carico di docenti ritenuti insensibili agli appelli degli ultimi giorni. Per molti studenti, infatti, l’anno scolastico si restringe alle ultime settimane di scuola. Eppure anche in questo qualcosa sta cambiando. Davanti ai cartelloni ci sono sempre meno ragazzi a scambiarsi commenti e riflessioni perché la rete ha rotto gli schemi, offrendo momenti virtuali forse più freddi, più distanti, ma decisamente più ricercati. A raccontare gli avvenimenti, vissuti o sentiti, non sono più gli occhi pronti a contagiare lo sguardo di chi sta accanto, ma le pagine web ritenute oggi dai ragazzi più adatte a trasmettere pensieri e parole senza per questo sentirsi soli. Facebook, Twitter, YouTube e Blog sono gli amici preferiti, gli amici cari a cui affidare i propri sentimenti, la propria rabbia, i propri segreti. Gli amici virtuali con cui sfogarsi ben sapendo che a quelle esternazioni seguiranno dialoghi e riflessioni provenienti da una realtà tanto lontana nel tempo e nello spazio, quanto vicina nella condivisione. La riflessioni scivolano facilmente in un amarcord che lascia spazio ai più profondi sentimenti. Si leggono messaggi commoventi, altri più crudi e più spinti, altri ancora decisamente offensivi. Emerge un mondo interiore dei ragazzi vieppiù poco conosciuto dagli adulti forse perché ritenuti, a torto o a ragione, non all’altezza di capire. E’ un mondo diverso che si apre e si chiude tra le pagine web lontane dalla quotidiana esperienza di adulti distratti e poco inclini a scommettere sulla potenzialità della tecnologia. Un mondo ritenuto dai più molto lontano dalla realtà, privo di umanità anche se, a parer mio, è un mondo che contribuisce, di fatto, a farci meglio conoscere tensioni, affetti, paure di chi preferisce trovare la propria dimensione nelle pagine web piuttosto che rimanere imprigionato nella rete degli adulti. La distanza tra generazioni si fa abissale fino a ignorarsi reciprocamente. Il legame tra giovani e adulti, tra genitori e figli rischia di corrodersi perché annacquato da quel concetto di autorità caduto in disuso quanto piuttosto reso ridicolo da una cultura che ruba il tempo, accentuando distanze e differenze. Adulti più che mai impegnati a inseguire i nuovi modelli di benessere, a reinventare una giovinezza impossibile fino a confondersi con i ragazzi refrattari a cogliere una sfida destinata a rompere un rapporto tra generazioni. Sono vere e proprie «pagine diario» offerte all’attenzione di attenti osservatori, dove accanto alla felicità per la fine di un altro anno scolastico, alla voglia di reimpostare la vita quotidiana non più cadenzata da un ritmo pesante dettato dalle regole della scuola, emerge la paura di perdere amicizie maturate in classe, la paura di rimanere soli, di essere dimenticati e questo in una realtà dove la solitudine si impone e detta le sue regole. Sembra assurdo, ma per certi versi si ha la sensazione di trovarsi di fronte a ragazzi più preoccupati di come trascorrere la giornata ormai privata dell’esperienza scolastica che non dell’esito finale degli studi lasciato alla valutazione degli insegnanti. Le ansie si moltiplicano e si accavallano, dividendosi tra aspetti sociali e responsabilità personali. Tutto rigorosamente affidato alla rete dove abbondano messaggi trascritti destinati a testimoniare le tensioni di un mondo sfacciato, irriguardoso, portato, talvolta, a calpestare le più elementari regole di vita, ma pur sempre un mondo fatto anche di incertezze, di ansie e di paure. Paura di non farcela, di vedere il proprio nome stampato sul cartellone senza voti pronto a raccontare a tutto il mondo l’incredibile insuccesso vissuto per interminabili attimi come un fatale fallimento. Paura di sopportare le ironie, le ilarità, le risate degli altri. E’ il momento che si vive forse in solitudine anche se davanti ai cartelloni si è sempre attorniati da chi gioisce per l’esito finale brillante o da chi si consola per qualche debito salvifico pur sempre visto come prova d’appello. Quale il sentimento che accompagna la presa visione degli esiti di fine anno? Sono situazioni diverse che richiedono letture diverse. Per tanti ragazzi saranno vacanze serene con il tempo che forse spesso si rivelerà un noioso compagno da gestire; par altri si prospetterà un ulteriore impegno di studio reso necessario per raccogliere e dimostrare agli insegnanti le più convincenti abilità nascoste; per altri ancora sarà il momento della sopportazione dove l’insuccesso si fermerà a presentare il suo conto, risvegliando sentimenti di beata rassegnazione in chi non aspettava altro che la fine dell’anno o di esasperata rabbia in chi sperava in una maggiore clemenza. A questi ultimi è bene ricordare che un insuccesso va considerato come un’opportunità che si presenta nella vita per determinare migliori condizioni di crescita.

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