COVID I dati sui contagi in provincia di Lodi nell’inchiesta di Bergamo
Il professor Andrea Crisanti

COVID I dati sui contagi in provincia di Lodi nell’inchiesta di Bergamo

Il professor Crisanti al “Cittadino”: «La zona rossa nel Lodigiano ha funzionato, è evidente»

I dati sui contagi nel Lodigiano messi a confronto con quelli della Lombardia dimostrano che l’idea di aprire la zona rossa nel Lodigiano, a inizio pandemia, fu vincente. A dirlo, al «Cittadino» il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di virologia molecolare dell’università di Padova. «L’indice di trasmissione del virus nel Lodigiano era diverso dal resto della Lombardia - spiega il professore -. Insomma, i dati di Lodi dimostrano che la zona rossa, avviata precocemente, qua ha funzionato. È evidente». Non può «dire di più» Crisanti. I dati di Lodi, infatti, sono finiti nei documenti presentati dal professore nell’ambito della maxi consulenza depositata in procura a Bergamo. I magistrati stanno indagando, a due anni di distanza, sull’epidemia in quell’area. L’ipotesi è che se si fosse istituita la zona rossa anche a Nembro e Alzano, come nel Lodigiano, si sarebbero evitate tra le 2mila e le 4mila vittime in val Seriana. Numeri emersi da indiscrezioni e pubblicati, nei giorni scorsi dal «Corriere della Sera». La Procura ora valuterà se i numeri snocciolati ed elaborati secondo uno specifico modello matematico e depositati in procura dal professore siano utilizzabili sotto il profilo penale, nell’inchiesta.

Se si dà per scontato che, senza la zona rossa, in provincia di Lodi, ci sarebbe stata la stessa mortalità di Alzano, abbiamo il quarto rapporto Istat che quantifica l’aumento della mortalità prevista sul periodo precedente: Lodi si è fermata intorno al 400 per cento, mentre Alzano ha raggiunto il 600 per cento di mortalità. Lo stesso professore ha fatto una stima e valutato nella sua perizia l’impatto della mortalità sulla base dell’unica zona rossa che era stata istituita. L’idea di istituire la prima zona rossa nel Lodigiano arrivò il 21 febbraio. «Ci ritrovammo in Regione, a Milano, con il ministro Roberto Speranza e il professor Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità - aveva spiegato l’ex prefetto Marcello Cardona -: in quella sede venne palesata una situazione catastrofica. Con provvedimento del presidente del consiglio si definì la prima zona rossa e in prefettura a Lodi, alla presenza del ministro della difesa Lorenzo Guerini e del presidente della Provincia Francesco Passerini, affrontammo le questioni operative e individuammo il numero dei comuni da far rientrare, quelli in cui i casi erano ormai numerosi».


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