Castellazzi, rianimatore in smartworking
Il dottor Leonardo Castellazzi in terapia intensiva

Castellazzi, rianimatore in smartworking

Ha passato tutti i pomeriggi dei suoi 2 mesi di malattia, a casa, al telefono con i famigliari dei pazienti della terapia intensiva. Adesso i malati rimasti in reparto si sono negativizzati, alcuni sono ricoverati da 60 giorni

Si è ammalato subito, all’inizio della pandemia. Dopo 15 giorni al Sacco, è rimasto due mesi a casa in malattia. Ha fatto 12 tamponi, tutti positivi. Ma non poteva stare fermo, mentre i suoi colleghi, in ospedale, a Lodi, non avevano tregua. Così si è inventato un nuovo lavoro, il rianimatore in smartworking. Leonardo Castellazzi, 52 anni, di Codogno, ha passato i pomeriggi, attaccato al telefono con i parenti dei malati ricoverati in terapia intensiva. La mattina partecipava telefonicamente al passaggio di consegne tra colleghi che avevano fatto notte e quelli che iniziavano il turno il mattino. Un passaggio di consegne lunghissimo, visto che i letti da 7, a Lodi, erano diventati 25. Il pomeriggio, per tutto il tempo che serviva, alzava il telefono e chiamava i famigliari dei ricoverati. «Li informavo delle condizioni cliniche - dice -, e poi li stavo ad ascoltare. Non avevo fretta di fare altro. Ero lì per loro». Ed essendo passato dal letto dell’ospedale sapeva cosa significasse essere isolati in corsia.

Dottor Castellazzi, quando si è ammalato?

«Il 20 febbraio ho lavorato a Lodi, ho incominciato subito ad accusare i sintomi, febbre, tosse, difficoltà respiratoria, mancanza di olfatto. Il virus era già in circolazione. Ho chiamato il mio primario Enrico Storti, mi ha mandato in pronto soccorso, a Codogno, dal dottor Stefano Paglia. Dagli esami è risultato subito che mi ero ammalato, così alla sera sono finito al Sacco».

Quanto tempo è rimasto ricoverato?

«Sono rimasto ricoverato, al Sacco, fino al 3 marzo. Nel giro di 3 o 4 giorni, la febbre è scesa, è rimasta la difficoltà respiratoria, che è durata per più settimane».

Ha avuto paura?

«Io capivo che stavo andando bene, ma vedevo gli altri vicino a me che stavano male. Il mio compagno di stanza, prima ha messo la Cpap e poi è stato intubato. Vedendo gli altri in gravi condizioni ho avuto momenti di angoscia. Il fatto di essere lontani da casa, aumentava la paura per quello che sarebbe potuto succedere alla mia famiglia. Avevo la percezione di non essere grave, ma il peggioramento avrebbe potuto essere repentino e senza preavvisi. Ero in allerta».

Ha vissuto l’esperienza del covid prima come paziente che come medico

Sì, vero. Dopo 15 giorni di ospedale sono tornato a casa, ma i tamponi erano sempre positivi».

Durante la malattia, nonostante sia un rianimatore, ha lavorato in smartworking

«Appena arrivato a casa ho chiesto di poter lavorare da casa per dare una mano. Quello che potevo fare era tenere i contatti con le famiglie, dando loro le notizie di giornata dei loro cari. Questo mi ha permesso di lavorare, non sentendomi escluso. Ha fatto bene a me, e anche agli altri, credo. A casa mi sembrava di essere inutile, quando i colleghi in ospedale, invece, stavano facendo tanto».

Come si svolgeva il lavoro da casa?

«La mattina mi collegavo telefonicamente con i colleghi al momento delle consegne, poi vedevo dal computer quello che loro scrivevano dei pazienti. Mi tenevo aggiornato su quello che stava accadendo. Le consegne duravano moltissimo. Il pomeriggio chiamavo i famigliari. Ogni reparto ha adottato delle modalità diverse per rimanere in contatto con le famiglie degli ammalati. Ho trovato positivo il fatto di dedicare loro del tempo. Era meglio che fossimo noi a chiamare loro, piuttosto che il contrario. Le loro telefonate, magari, arrivavano nel mezzo della nostra giornata lavorativa, quando c’erano altre cose da fare, in urgenza, e non c’era tempo di parlare».

Lei invece ne aveva

«Io lasciavo che le persone usassero il mio tempo per parlare, io ascoltavo i loro problemi. È stato importante creare questi contatti. Non c’erano la fretta e l’ansia di terminare la conversazione. La fretta era un ospite sgradito».

Il fatto di essere stato ammalato l’ha aiutata nei colloqui con i famigliari dei vostri pazienti?

«Dal punto di vista dell’atteggiamento essere ammalato consente di capire cosa passa nella testa di una persona che sta in un letto. Mi ha permesso di stare più vicino agli ammalati e di essere più coerente con quello che stava accadendo.Mi ha consentito di avere atteggiamenti meno distaccati e più accondiscendenti verso eventuali sfoghi di collera dei famigliari. Mi era chiaro da dove arrivasse la loro collera. Veder andar via i malati in ambulanza e poi non rivederli più era terribile. Poteva creare tensioni. Mi riconoscevo in certe situazioni di angoscia perché ero appena passato anche io da lì».

Cosa l’ha colpita di più?

«La compostezza nei dialoghi. Era una costante. Anche se le comunicazioni non erano mai di buone notizie, ho sempre trovato nei famigliari grande gratitudine per gli operatori che si davano da fare per i loro cari, anche quando i loro cari non si mettevano bene. Le persone erano consapevoli che si stava facendo il possibile. Mi ha stupito. Tutti si sono comportati in maniera molto civile. A volte si cercava di stemperare un po’ l’ansia con delle battute. “Quando torna dall’ospedale, mi sente”, dicevano. Era un modo per esorcizzare la paura».

Si ricorda qualche storia particolare?

«Le storie erano pesanti. Io di solito avevo un interlocutore solo in famiglia. Si fa sempre così, per non interrompere il dialogo e ricominciare da capo con le spiegazioni. In questo periodo, invece, più di una volta, mi è capitato di cambiare gli interlocutori perché, nel frattempo, questi si ammalavano e a volte morivano. Dava davvero l’idea di quello che stava accadendo».

La cosa più difficile?

«Comunicare cattive notizie e anche decessi dei famigliari di colleghi che lavoravano in ospedale. Dare cattive notizie a un collega è ancora più difficile. Ho vissuto momenti tragici».

Adesso la situazione com’è?

«Ci sono 7 pazienti ancora ricoverati, che si sono negativizzati, ma che lottano da settimane nel letto della terapia intensiva. Questi si portano appresso poi le conseguenze del lungo ricovero: possibilità di contrarre altre infezioni e poi i problemi dell’allettamento prolungato. C’è chi è ricoverato da 2 mesi, magari con la tracheotomia».

Fate ancora riabilitazione in terapia intensiva?

«Certo, il mio primario la vuole anche implementare perché ci accorgiamo di quanto bene faccia ai nostri malati in terapia intensiva».


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