Caselle Landi, lo strano caso delle carpe “imprigionate”

Salvate mentre boccheggiavano, agonizzanti: 50 sono morte, ma 87 sono tornate a nuotare nel Po. A Caselle Landi sul terreno argilloso della golena oltre un centinaio di pesci sono rimasti bloccati nel campo che si estende tra l’argine e il fiume Po, nelle vicinanze di Punte Alte. In una autentica corsa contro il tempo, dopo essersi accorti della situazione per caso, i fratelli Sbarufatti si sono messi al lavoro per salvare il maggior numero di carpe, mentre una cinquantina erano già morte. I pesci sono arrivati il mese scorso dal Po nell’area golenale. «È un fenomeno naturale - spiega Matteo Sbarufatti, 29 anni -: quando piove molto, come il mese scorso, l’acqua del Po fuoriesce dall’alveo e riempie questo terreno, in posizione ribassata, e ristagna, ma si porta con sé anche numerosi pesci che nell’acqua sopravvivono». Piano piano, però, l’acqua si ritira e a quel punto i pesci iniziano a morire. «Si tratta di carpe a specchio e carpe regina - precisa Matteo -, ma tra i pesci morti abbiamo trovato anche qualche siluro (pesci che pesano anche 20 chili, ndr). Un tempo forse si sarebbero cucinati e mangiati, ma adesso con l’inquinamento delle acque non lo farebbe nessuno in ogni caso». Il giovane Sbarufatti si è accorto di quanto stava accadendo martedì sera e da ieri lui e suo fratello Andrea, 15 anni soltanto, hanno cominciato a salvare le carpe, riportandole nelle acque del Po. Dal campo alle rive del fiume sono 5 minuti di cammino. Tempo sufficiente per restituire i pesci all’acqua prima che muoiano. E mentre il giovanissimo Andrea le imprigiona nella rete, le carpe tentano la fuga, sguazzando nei rivoli d’acqua rimasti. «Per salvarne 87, ci siamo armati di catini, in cui ne abbiamo portato in salvo una dozzina per volta» racconta Matteo. Ieri pomeriggio il giovane Andrea ne aveva già salvate una decina. Maleodoranti e circondate dalle mosche, invece, sono una quarantina di carpe e qualche siluro i pesci morti a pochissimi metri dal Po e ben visibili sul terreno, fra il verde e le sterpaglie. «È un fenomeno naturale, - ha ribadito Matteo - ma è un peccato che tutti questi pesci finiscano col morire, per cui credo che le associazioni e chi di dovere debba preoccuparsi di trovare una soluzione, per non farsi trovare impreparati la prossima volta». Il lungo pomeriggio di lavoro ha portato i suoi frutti: non pensavano fosse possibile e invece Matteo e Andrea sono riusciti nell’impresa di salvare quasi la totalità delle carpe rimaste in golena.


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