CASALE Finisce i giorni di malattia per Covid. Licenziato lavoratore del Famila
L’uomo lavora dal 1987 al supermercato Famila di Casale (prima A&O)

CASALE Finisce i giorni di malattia per Covid. Licenziato lavoratore del Famila

Il 60enne di Somaglia: «Dopo tutto quello che ho passato sono distrutto»

Angelo del Covid dietro il bancone del supermercato, contagiato dal Coronavirus e ricoverato, a distanza di 7 mesi soffre ancora di una grave forma di miocardite. Ma per il gruppo commerciale Maxi Di ha superato il periodo di comporto, il limite massimo di giorni di infortunio o malattia, e dunque è stato licenziato. È la storia di F.R.F., 60 anni, di Somaglia, che lavora dal 1987 al supermercato Famila di Casale (prima A&O).

«Lavoro da 33 anni nel supermercato, mi mancano 17 mesi alla pensione – racconta F.R.F. -. Il 29 febbraio eravamo già in zona rossa, ma io ero regolarmente al lavoro. Il 1 marzo ho accusato i classici sintomi Covid, e così sono entrato in malattia. Il 7 marzo sono stato portato in ambulanza all’ospedale di Crema, dove sono stato ricoverato 10 giorni con una polmonite bilaterale interstiziale. Il 18 sono stato dimesso e sono entrato in isolamento fino ad aprile, quando ho fatto i due tamponi dell’Ats, entrambi negativi. A quel punto ho iniziato la convalescenza con controlli periodici in ambulatorio Covid, fino al 15 luglio».

Nel frattempo, a metà giugno l’Inail gli trasforma la malattia in infortunio Covid, con valore retroattivo. Per il 20 di luglio F.R.F. è pronto a rientrare al lavoro, ma viene fermato dai medici. Il 29 l’holter cardiaco evidenzia qualche problema, e scattano altre due settimane di ricovero. «La diagnosi è una miocardite in conseguenza di Covid, e Inail prolunga l’infortunio fino a metà ottobre – prosegue il racconto -. Ora sono in cura e ho sempre il defibrillatore portatile, controllato in telemedicina. Ma la sorpresa è arrivata il 18 settembre, quando mi è arrivata a casa la comunicazione del gruppo Maxi Dì che il 5 settembre avevo superato il periodo massimo di assenza per infortunio, non avevo fatto richiesta di aspettativa non retribuita, e quindi mi licenziava. Sono distrutto, dopo tutto quello che ho passato e dopo 33 anni di lavoro, sono stato scaricato come un peso».

Il gruppo Maxi Dì, contattato ieri per eventuali chiarimenti, non ha dato risposta. La questione non si esaurisce però. «Impugneremo il licenziamento, perché il decreto Cura Italia specifica bene che l’infortunio Covid non può essere conteggiato nel periodo di comporto – dice il segretario della Filcams Cgil Ivan Cattaneo -. Dal punto di vista tecnico-giuridico, l’azienda ha sbagliato o ha fatto una forzatura. Rimane però tutta l’amarezza nel vedere che i lavoratori eroi del Covid in realtà erano tali solo quando servivano alle aziende. Alla prima occasione, non c’è stata alcuna considerazione né del lavoratore né dell’uomo».


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