Buco da 300mila euro in una ditta di impianti: condanna a 4 anni per una 53enne lodigiana

Buco da 300mila euro in una ditta di impianti: condanna a 4 anni per una 53enne lodigiana

L’ex impiegata riconosciuta responsabile degli ammanchi e condannata anche in sede civile; assolta invece sua figlia

Carlo Catena

Una lodigiana di 53 anni, L.L., è stata condannata a quattro anni di reclusione per le accuse di appropriazione indebita e autoriciclaggio, perché tra il 2013 e il 2016 avrebbe sottratto circa 300mila euro dai conti di una società di impiantistica attiva tra Lodi e San Giuliano, presso la quale era impiegata. Sotto processo era finita anche sua figlia oggi 28enne, imputata solamente di ricettazione. La giovane era infatti intestataria di un’attività di parrucchiera nel Sudmilano, con tanto di dipendenti, e le indagini avevano evidenziato consistenti bonifici dai conti della mamma - che in realtà aveva ufficialmente solo lo stipendio da impiegata - e quelli del negozio. Ma, come sottolineato dal difensore della giovane, l’avvocato Diego Guarnieri di Lodi, non è emersa prova della sua consapevolezza di un’eventuale provenienza illecita di quel denaro. Anche perché la ragazza si occupava del lavoro di parrucchiera nel negozio, mentre era la madre a farsi carico di contabilità e fornitori. La giovane quindi è stata assolta “perché il fatto non costituisce reato”, per mancanza di dolo.

A sporgere querela nel 2016 era stato l’allora titolare dell’azienda, che aveva 7 dipendenti e che, nonostante un periodo di fervente attività, era finita con i conti in rosso. La figlia dell’imprenditore, titolata come revisore contabile, aveva quindi passato al setaccio i conti della ditta del papà scoprendo una serie di bonifici anomali. E i sospetti erano caduti sulla lodigiana. Che però, dopo la morte dell’imprenditore, si era difesa sostenendo che lui l’aveva autorizzata a prelevare quel denaro.

Tesi ovviamente confutata dagli eredi dell’imprenditore. Che assistiti dall’avvocato Pietro Portunato di Milano, si sono visti riconoscere in sede civile il diritto a essere risarciti di circa 300mila euro dalla donna, licenziata dopo che era scoppiato il caso, e che si sono poi costituiti parte civile nel processo. Il fronte penale non aveva avuto vita facile: inizialmente la Procura di Lodi aveva archiviato, ritenendo che vi fossero solo profili civilistici. Il gip aveva accolto l’opposizione dei familiari dell’imprenditore e all’esito del processo il pm Aurora Stasi ha ritenuto sussistere sia l’appropriazione indebita a carico della 53enne, sia l’auto riciclaggio, consistente nell’aver investito il denaro nell’attività di parrucchiera. Poi fallita nel 2018.


© RIPRODUZIONE RISERVATA