Appello del medico Costantino Bolis:  «Riaprite le visite ai parenti dei malati»
Costantino Bolis

Appello del medico Costantino Bolis:

«Riaprite le visite ai parenti dei malati»

«L’ex primario di anestesia e rianimazione residente a Orio Litta sollecita Regione Lombardia a diversificare le regole per chi è ricoverato in un ospedale covid free come Lodi e a seconda dei pazienti

Sanità, appello del medico Costantino Bolis. «Gli ospedali - commenta l’ex primario di anestesia e rianimazione dell’ospedale Maggiore di Lodi -, in Lombardia, vanno riaperti alle visite dei parenti». Bolis riceve continue richieste dai suoi compaesani di Orio Litta, ma non solo». Sulla scorta delle riflessioni fatte dopo aver letto «Famiglia cristiana» di questa settimana, Bolis invoca la «restituzione delle relazioni affettive con i nostri cari”.

«Papa Francesco - spiega Bolis - invita a cercare soluzioni adeguate, attivando la “fantasia dell’amore”. Sono continue le suppliche dei famigliari di pazienti in ospedale che mi fermano per sapere se posso aiutarli a vedere il loro congiunto. Mi fa star male, inoltre, l’angoscia che in tanti provano per la paura di ammalarsi e dover essere ricoverate, con la impossibilità poi di ricevere le visite dei propri cari».

«Sia chiaro - precisa il medico -, non stiamo parlando del periodo drammatico in cui gli ospedali erano pieni di pazienti covid positivi, ma di oggi, di questi ultimi due mesi in cui praticamente tutti i reparti sono covid-free, ma le disposizioni per l’ingresso in ospedale dei visitatori sono rimaste praticamente le stesse. Questo, a mio parere, non è accettabile, non è razionale e sta provocando danni psicologici enormi ai pazienti ed ai famigliari. Se poi pensiamo che ciò potrebbe perdurare per mesi e mesi, pur in assenza di degenti con coronavirus ma fintanto che non ci sarà il vaccino, la cosa diventa inconcepibile e devastante.


(Foto by L’ospedale di Lodi (foto Paolo Ribolini))

Il Papa parla di “fantasia dell’amore”, più modestamente penso sia necessario un supplemento di fatica per trovare soluzioni, magari differenziate a seconda della tipologia dei reparti, che permettano di coniugare sicurezza e rispetto del diritto assoluto di un malato di ricevere visite, conforto e possibilità di relazioni vere.

È una strada da percorrere con urgenza, non si può attendere oltre, per non causare oggi, mi scuso per le parole un po’ forti, più morti o sequele gravissime del covid stesso.

Ritengo che per modificare le attuali disposizioni, prima di tutto si debba essere convinti che, ripeto, in una corsia covid-free, la chiusura totale è profondamente sbagliata. Sono indispensabili, inoltre, intelligenza, creatività ed umanità che coniugate alla prudenza, permettano di riprendere a garantire rapporti affettivi efficaci fra malati e famigliari.


(Foto by In ostetricia, a Lodi, i papà entrano insieme alle mamme (Paolo Ribolini))

Anche prima del covid, in alcune realtà addirittura raramente, non sempre era garantita la vicinanza prolungata dei parenti ai malati, con orari comodi e più volte al giorno, in quanto non ritenuta una priorità del prendersi cura.

Mi ha sempre lasciato esterrefatto vedere le porte d’ingresso di molte corsie con i vetri oscurati o tappezzati di fogli di divieto assurdi che non hanno niente a che vedere con la necessità di svolgere una ordinata attività clinica. Le terapie Intensive ed i reparti “aperti”, pur con regole chiare da rispettare da parte di tutti, personale sanitario e parenti, dovrebbero essere la norma. Purtroppo, invece, dopo tanti anni di convegni e studi che ne dimostrano benefici e sicurezza, le esperienze in tal senso rimangono troppo poche e molta è ancora la strada da percorrere.

In assenza di questa sensibilità, purtroppo il coronavirus trova terreno fertile per continuare a chiudere tutto e quindi, pur in assenza di malati covid, sarà più difficile sperimentare modalità flessibili per riaprire gli ospedali.

Per fortuna ci sono diversi colleghi che hanno già provveduto a rendere meno drammatico l’isolamento di chi viene ricoverato in questo tempo. Sono esperienze che vanno sostenute dalle direzioni degli ospedali, sono apprezzate grandemente dalla popolazione e condivise da tanti sanitari.

La speranza è che vengano estese in tutte le realtà in cui non ci sono fondate motivazioni scientifiche che lo impediscano. Ce lo auguriamo in tanti».

Ieri l’assessore regionale al welfare Giulio Gallera ha precisato che «le regole sono uguali per tutti gli ospedali lombardi e che, a settembre, faranno il punto della situazione, sulla base dei nuovi contagi».

«Nelle Marche - ha raccontato il medico Tino Bernacconi, primario di anestesia e rianimazione a Jesi - nel mio reparto scaglioniamo i pazienti, ma li facciamo entrare. Prima ne entravano due per volta, adesso uno solo, ma possono stare mezz’ora, un’ora, lungo tutto l’arco del pomeriggio. La nostra rianimazione, prima, era aperta da mezzogiorno e mezzo fino alle 22, adesso abbiamo tolto l’orario continuato. Poi ci sono situazioni particolari in cui i parenti lavorano il pomeriggio, allora vengono la mattina. Negli altri reparti la stessa cosa solo che fanno entrare un’ora solo nel pomeriggio, un parente per famigliare, verso l’ora di pranzo e di cena. Aiutano i famigliari per i pasti. Prima potevano stare anche la notte, adesso, l’ospedale ha potenziato il personale infermieristico e l’assistenza viene garantita da no. Nel punto nascite, il papà viene considerato come la mamma, fa il tampone ed entra in sala travaglio. Il nostro ospedale è per il 50 per cento covid e il resto non covid».


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