Un “marziano” dall’Italia al Portogallo: Resende e le facce diverse del coronavirus

Un “marziano” dall’Italia al Portogallo: Resende e le facce diverse del coronavirus

Il tecnico dell’Amatori è tornato a casa prima del “blocco” imposto dal governo e racconta la sua esperienza: «L’hockey? Verrà di conseguenza. Prima la salute»

Ha visto esplodere il coronavirus a pochi chilometri da Lodi, mentre insieme ai suoi ragazzi stava preparando il big match contro il Forte dei Marmi che non si è mai giocato. Ha vissuto in città le prime giornate surreali trascorse per lo più in casa con qualche breve e sporadico allenamento alternativo all’aperto, quindi, una volta aggravatasi la situazione, ha fatto in tempo a prendere il primo volo disponibile per fare rientro in Portogallo e raggiungere moglie, figli e familiari. E ora dalla sua casa di Sao João da Madeira, il tecnico dell’Amatori Nuno Resende ci racconta come sta vivendo questo periodo: «Questa è per tutti una situazione anormale, che non ci aspettavamo e che forse è stata anche un po’ sottovalutata - attacca l’allenatore portoghese -. Col passare dei giorni ci si è resi conto di quanto seria e grave fosse e adesso l’unica cosa che si può fare è affrontarla rispettando le misure drastiche, ma inevitabili che ci vengono richieste. Sono in Italia da cinque anni ormai e mi dispiace tantissimo vedere la situazione che c’è lì, specialmente in Lombardia e a Lodi. In un momento così è normale avere ansia e paura, ma dobbiamo cercare di lottare e combattere per uscirne prima possibile. Credo che questa terribile emergenza sia l’occasione per fermarci tutti un attimo a riflettere e sono convinto che quando sarà tutto finito sapremo apprezzare meglio tanti piccoli aspetti della vita che forse abbiamo trascurato o messo in secondo piano e solo adesso capiamo quanto siano importanti». Sei riuscito a partire il giorno prima del “tutti a casa” imposto dal Governo italiano: com’è stato il viaggio per rientrare in Portogallo? «Sono riuscito a partire proprio il giorno prima che l’Italia chiudesse tutto, per fortuna e grazie alla società che me l’ha permesso. È stato un viaggio assurdo, sembravo un alieno con mascherina e guanti mentre intorno a me vedevo tutta gente che viaggiava senza niente. E poi sul treno per arrivare a casa, pieno di gente, io ero l’unico con le protezioni e tutti mi fissavano. Lì ho capito che da queste parti non avevano ancora chiaro quello che stava succedendo. E infatti qui c’è ancora troppa gente in giro, mascherine non ce ne sono e di questo passo può diventare un problema veramente grande. Quello che è successo in Italia deve insegnare qualcosa agli altri paesi e devono capirlo in fretta».
Anche se ovviamente è difficile oggi fare previsioni, pensi che si possa portare a termine la stagione e se sì in che modo? «Penso che la Federazione e le società debbano fare il loro lavoro, confrontarsi sempre e pensare a più soluzioni da avere pronte quando sarà il momento di riprendere. Lo stanno facendo tutti, il calcio ad esempio ha rinviato gli Europei e dato un termine per finire i campionati, e credo che lo stesso dovrà fare l’hockey valutando tanti aspetti. Noi possiamo solo aspettare e sperare innanzitutto che questa emergenza passi, perché in questo momento la cosa più importante è la salute di tutti e cercare di tornare quanto prima possibile ad una vita normale, tutto il resto e quindi anche lo sport verrà di conseguenza».

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