Polledri, il “maestro” del canottaggio che diede lustro alla Canottieri Adda

Angelo Polledri, un mito autentico che si è costruito in oltre settant’anni di dedizione al canottaggio. Un vogatore-timoniere-allenatore che simbolicamente ha portato attraverso il tempo la fiaccola del suo sport e ha vissuto l’avventura olimpica.

Nasce a Piacenza il 18 gennaio 1904. Si appassiona al canottaggio fin da ragazzo. Ha un fisico smilzo, è piuttosto basso di statura, ma possiede la risorsa di una notevole energia. Si tessera con la Vittorino da Feltre, club remiero fra i primi in Italia. Sul Po arrivano i successi. Polledri è il timoniere e l’allenatore dell’otto. Siamo nel 1927 e lui già da qualche anno opera nella duplice veste: guidare l’armo e preparare i vogatori. È un armo con atleti di alto livello e l’attesa per un grosso risultato non viene delusa: conquistano il titolo italiano e quello europeo a Pallanza. L’anno dopo, nella selezione olimpica,

valevole anche per il titolo tricolore, la Vittorino da Feltre sbaraglia il campo battendo i temibili avversari della Moto Guzzi. Per il timoniere e il suo equipaggio si aprono le porte delle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Ma andiamo avanti di qualche anno. Nel 1933 i dirigenti della Canottieri Adda lo vogliono a Lodi per allenare e lui accetta di buon grado. Da allora è lodigiano a tutti gli effetti, non si sposta più dalla Laus. È sposato con Ada, hanno una figlia, Maria Teresa. Lavora alle Officine Adda, poi tiene la gestione del Circolo di Lettura. Anni fa gli chiesi se lo sport gli avesse portato dei soldi. La risposta fu laconica: «Mai niente». Il solco che divide il passato dal presente, lo sport che è diventato, con il passare del tempo, professione. L’uomo del canottaggio rimane sempre, in una sorta di misterioso anacronismo, nella dimensione di un autentico dilettante, un “puro” inteso nel suo impegno disinteressato, non certo per il suo bagaglio tecnico e umano.

Il 1933 è un anno proficuo per Polledri. L’armo degli Juniores conquista il titolo nazionale e i Seniores, con lui timoniere, ottengono il secondo posto; piazza d’onore pure con la jole, sempre ai campionati italiani. Così ricordò un particolare: «Dovevo pesare 50 chili giusti, di meno era irregolare, un chilo in più ci avrebbe portato a perdere un secondo al chilometro». Continua la lunga striscia sull’Adda di Angelo che ancora era andato indietro nel tempo: «Nell’anteguerra andai a recuperare il timoniere Enrico Congedo, che era stato frettolosamente scartato da altri che non credevano in lui. Invece poi vinse parecchio». Segue una serie di affermazioni a Torino, Lucerna, Napoli, Salò (lo stesso D’Annunzio gli consegna la coppa intitolata a suo nome). Nel 1936 arriva un titolo Juniores e l’anno dopo un secondo posto senior dietro ai Canottieri Livornesi. Alla ripresa dopo la guerra il canottaggio lodigiano ha i suoi alti e bassi. A Castelgandolfo nel 1956 la barca del 4 con è seconda nel campionato italiano che vale anche quale selezione olimpica. Si impone il terribile quintetto della Moto Guzzi che poi vincerà l’oro alle Olimpiadi di Melbourne. Da annotare la rivoluzionaria disposizione dei remi (il primo e il quarto su un lato, il secondo e il terzo sull’altro) che sarà adottata in tutto il mondo. L’elenco delle affermazioni e dei canottieri che ha lanciato è lunghissimo. Testimonia la sua presenza assidua, il suo “vivere” per lo sport preferito. Dopo gli anni Settanta la Canottieri Adda lascia il canottaggio e dà spazio alla canoa che raccoglie il favore di molti giovani. Polledri ci rimane male, ma non rompe un legame che durava da molti anni. Chiede che gli comprassero due barche, una per il doppio e un’altra per il singolo. Piange quando non arrivano. Ancora attesa e finalmente gli acquistano lo skiff. È per un ragazzino, Giulio Eletti, famiglia di vogatori, l’ultima scoperta di Angelo. Arriva Gianpiero Bombelli, il singolarista che gareggerà per la Galimberti di Milano. Polledri lo allena, scoprirà altri atleti, poco importa che vestano i colori di altre società remiere.

Qui giunti Amsterdam reclama un suo posto. Ricordava Angelo: «È stato bello, nonostante il cattivo tempo. Noi alloggiavamo sulla nave Salunto, ormeggiata nel porto. Pioveva sempre, il sole non si vedeva mai, si gareggiava inzuppati d’acqua. Le gare si disputavano sul canale di Sloten che era talmente stretto da non permettere a più di due armi per volta di schierarsi. Si rese necessaria una serie interminabile di gare, fra qualificazioni, recuperi e fase finale; si arrivò a disputare tre gare in un giorno». Gli chiesi come finì: «Successe che in partenza il giudice francese ritardò il segnale, il Canada partì in anticipo e noi non riuscimmo a rimontarlo. Fummo costretti a un ulteriore recupero, un’altra impegnativa fatica. Per la vittoria non c’era niente da fare, americani e inglesi erano fortissimi». L’oro va agli Usa, l’argento alla Gran Bretagna, il bronzo tocca al Canada e l’otto di Polledri è quarto. Peccato, il podio non era un traguardo irraggiungibile, magari con qualche fatica in meno si poteva farcela. Nessuno ha però strascichi di rammarico ricordando quelle Olimpiadi. Lui come i suoi compagni guardavano ai meriti, chi era più forte era giusto che vincesse.

È difficile penetrare nell’animo umano. Barche, rematori che si allenano, gli scenari delle gare, la filmina si ripete sempre con quell’Adda che s’insinua nelle memorie, che assume le vesti di un nume protettore. Sono misteriose le forze che hanno mosso Angelo Polledri a seguire la sua strada. Aveva ricordato che i suoi otto compagni dell’armo che gareggiò sul canale di Sloten erano tutti scomparsi. Lui li seguì, il suo cuore cessò di battere il 18 luglio 1997. Sull’Adda, davanti alla scalinata, le acque riflettono la figura di un omino con le braccia tese. Una figura che rimarrà lì per sempre. Angelo se ne andò come era vissuto, in punta dei piedi, schivo da riconoscimenti e da elogi. Rimane la sua bacheca e soprattutto la sua “ricca” lezione di vita.

Walter Burinato

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