Il dialetto di Pennisi che soffia la “polvere”

Amedeo Anelli

La polvere che viene tematizzata in questi versi in dialetto siciliano, non è di origine metafisica, né una semplice allusione alla fatale nullificazione di tutte le cose, se mai in “litote” allude a qualche ripulsa e attenuata indignazione. Dalla scrittura chiara e affabile Pennisi con tono colloquiale e piglio narrativo redige una serie di “quadri” di argomento contemporaneo nella «rugosità del reale», e «ne sa registrare le contraddizioni e le storture» come accenna Giovanni Tesio nella sua introduzione. La scelta del dialetto non è colore locale (nell’interiore di una città come Catania) ma una scelta di passo narrativo e musicale e di asciuttezza del dire. A tu per tu con la città, con gli altri e con se stesso Pennisi sa porre le proprie narrazioni anche in rapide virate gnomiche e considerative. «Assittatu mentri mancia, bevi e parra / dici e dici, menzu mbriacunazzu / ca campa ppi la puisia / ma a mi pari ca campa / sulu ppi iddu stissu». («Seduto mentre mangia, beve e parla / dice e dice, mezzo ubriaco / che vive per la poesia / ma a me sembra che viva / solo per se stesso»).

Renato PennisiPruvulazzu (polvere) Interlinea Editore, Novara 2017, pp. 86 14 euro

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