Dove le bufale sbuffano nella nebbia

Alla Molinetto di Zelo la nuova frontiera di Achille De Vecchi

Eugenio Lombardo

Una nebbia fittissima. Una coltre bianca che avvolge tutto. I traguardi diventano così mere utopie: sono da una parte e potrei benissimo immaginarmi altrove, non farebbe alcuna differenza dentro questo vapore gelido e umido che rende irriconoscibili i luoghi.Vien quasi da alzare la voce, come se le parole potessero filtrare la nebbia, comporsi ed articolarsi per aria, sino a raggiungere qualcuno dall’altra parte di questo invalicabile muro; attenderei una risposta; o forse avrei restituito ancora altro silenzio.In fondo questa è, in qualche misura, terra di vuoti. Manca la memoria. Quella orale, per intenderci. Non quella della storia, date e notizie di cronaca si trovano sempre su qualche libro, basta avere il tempo di spulciare manoscritti fra i polverosi volumi di archivi e biblioteche. Non m’interessa. A me piace quella storia che viene tramandata dai padri ai figli: i racconti dei sentimenti, quelli che sono conservati nella memoria dei cuori. La storia delle date scritte, delle note a piè di pagina, degli sbadigli a largo consumo, la lascio agli altri, agli storici eruditi.

Radici rurali Di queste tre cascine a Zelo Buon Persico, vicine come nello spazio di un fazzoletto, e che appartengono tutte all’Ospedale Maggiore di Milano, nessuno ricorda di chi fosse la proprietà originaria.Le tre corti sono la Molina, la Muzzano e la Molinetto, presso la quale mi trovo oggi ospite del signor Achille De Vecchi, uno di quegli uomini che mi vanno subito a genio: concreto, apparentemente burbero, quasi ispido, ma pieno di ironia, d’intelligenza, di modi conclusivi e sapienti.Le maggiori notizie si hanno della corte Mezzano, che fu donata all’Ospedale di Milano nel XV secolo dalla mensa vescovile di Lodi; qui durante il XVIII secolo fu edificato, per volontà del nosocomio, un Oratorio dedicato ai Ss. Cosma e Damiano, per far fronte alle esigenze dei contadini, che in questa zona erano numerosi. Sul finire del secolo successivo l’edificio fu elevato a parrocchia. L’ospedale si era impegnato a mantenervi stabilmente un prete; ma i tempi cambiano, le vocazioni rallentano, e ora si celebra Messa soltanto alla domenica mattina.Il signor Achille De Vecchi della vicina cascina Molinetto è affittuario da una quindicina d’anni. Le sue radici, in realtà, sono di Paullo, dove è proprietario della cascina Casello, condotta oggi dal figlio Angelo. Le sue origini, inoltre, sono pavesi: il nonno, anche lui un Achille, era del paese di Vialone; gente attaccata alla terra, quella dei De Vecchi, e che grazie alle zolle e al lavoro seppe costruire le proprie fortune.

Il riso “Carnaroli” Fu proprio in quella schiatta che un cugino scoprì la mitica qualità “Carnaroli” del riso. Laureato in Agraria, era quello che comunemente si definirebbe uno sperimentatore; selezionava le sementi, provava gli incroci, interpretava gli esiti del raccolto e rilancia nuove soluzioni: in buona sostanza, viveva per il riso; voleva arrivare al chicco perfetto, quello eccellente, da osservare e da gustare. Ma era uomo di studi e analisi; sui campi ci andava un suo collaboratore, che era poi l’adacquatore della sua cascina, e che si chiamava di cognome Carnaroli; questi, un giorno, sconfortato e spazientito dall’ultimo esito, che ancora una volta non dava il chicco perfetto di riso, si volse verso il padrone e gli disse: «Dutür, se fèm?»; il dottore lo squadrò e gli disse: «Insistiamo, se troviamo la qualità che dico io, darò a quel riso il tuo nome». Un giorno il dottore osservò controluce un chicco, e se ne fece portare altri dallo stesso campo: era della qualità che lui cercava da tempo e, come promesso, diede a quel riso il nome “Carnaroli”, appunto quello del suo adacquatore. Quel brevetto passò al nostro Achille De Vecchi, che ne fu il legittimo erede per anni: poi al fine di mantenerne la purezza, cioè preservarlo dagli inquinamenti delle altre varietà, lo cedette all’Ente Risi.

Da Vialone a Paullo Da Vialone, i De Vecchi si spostarono a Paullo. La decisione fu presa in quattro e quattr’otto dal nonno Achille; egli era sposato con Elvira Ricotti; quando si maritarono lui aveva da poco passato i trent’anni, e lei ne aveva sedici. E, per le norme della Chiesa, non poteva convivere con il marito, nè consumare la prima notte di nozze. Così, celebrata la Messa, ciascuno tornò a casa propria: fu necessario attendere la bolla pontificia che li autorizzasse a convivere sotto lo stesso tetto, e che si fece attendere per ben sei mesi. Elvira Ricotti era nata nel 1868 e visse sino a 104 anni.Nonno Achille ed Elvira ebbero dieci figli: cinque maschi e altrettante femmine. A casa De Vecchi fu subito imposta una regola: lo studio era importante, guai a crogiolarsi sugli allori. Così Luigi e Guido si laurearono in medicina: il primo esercitò a Milano come radiologo, mentre il secondo si specializzò in ginecologia. Giuseppe si diplomò geometra e si mise in luce nella costruzione dell’eremo di Miazzina, sul Lago Maggiore, una superba, bellissima costruzione oggi utilizzata quale struttura sanitaria per il ricovero geriatrico. Antonio si laureò in Agraria, cambiò diversi lavori, ma uno dei più importanti lo assunse, durante la seconda guerra mondiale, quale direttore del panificio comunale di via Quaranta a Milano; egli era un uomo d’indole straordinaria: bravissimo cacciatore, eccelso pescatore, ogni cosa che organizzava era capace di tramutarla in una vera e propria festa. E poi c’era Angelo, nativo del 1886, che sin da giovane fu indirizzato all’impegno agricolo.

Il conte Ratti Nonno Achille, però, aveva nel frattempo preso la decisione di vendere la cascina: acquirente fu il conte Ratti di Desio, niente di meno che il fratello di Ambrogio Damiano Achille Ratti, cioè Papa Pio XI. Il conte era forse più intento ad andare a trovare il fratello pontefice a Roma che non a fare il possidente a Paullo, ed alla cascina Casello lasciò come affittuari i De Vecchi.Così Angelo De Vecchi continuò a lavorare nello stesso luogo in cui era cresciuto; egli aveva sposato Elide Del Re, originaria di Alseno, nella provincia di Piacenza. La coppia ebbe un unico figlio, il nostro Achille.Angelo De Vecchi fu un agricoltore bravo quanto competente: buono e accomodante, era stimato da tutti per la sua generosità. Se poteva riconoscere economicamente qualcosa in più ai suoi collaboratori, anche fuori busta paga, non ci pensava due volte: conosceva le loro necessità, e sapeva a chi occorreva maggior sostegno. Anche la signora Elide era una donna generosa, disponibile al sacrificio ed al lavoro.Così il nostro Achille De Vecchi maturò le proprie esperienze attraverso validissimi esempi, sia dal punto di vista professionale che umano: dal padre imparò il rispetto della parola; poteva anche non ricevere dagli altri l’impegno che s’attendeva, ma lui nella vita non si è mai tirato indietro davanti ad un accordo preso. Oggi quello di dare la parola è un rischio perché i voltagabbana per opportunismo sono sempre più numerosi.

Un agricoltore vecchio stampo Il signor Achille ha sposato Pierina Villa di Riozzo di Cerro al Lambro, anch’ella figlia di agricoltori: capire le esigenze di chi fa agricoltura non è semplice e per questo spesso, nel matrimonio, si contano numerose coppie che provengono dallo stesso ambiente. La coppia ha avuto tre figli: Paola, che svolge la professione di avvocato a Milano; Claudia, architetto, che ha sposato Alessandro Chianello di Arcore, e dal quale ha avuto due figli: Enea ed Emma. Infine Angelo, che si è diplomato in Agraria, frequentando l’Istituto di istruzione superiore statale “Bonsignori” di Remedello, in provincia di Brescia. Angelo è sposato con Anna Biancardi di Sant’Angelo Lodigiano, dalla quale ha avuto tre bambine: Elide, Cecilia, Letizia. In virtù dei suoi 72 anni, il signor Achille De Vecchi è a pieno titolo un patriarca del Lodigiano ed un agricoltore vecchio stampo: ha amato l’autonomia di idee e di progettualità che l’imprenditoria agricola ha consentito per anni, e ha sempre saputo agire con tempestività e concretezza davanti alle scelte che occorreva compiere. Ha avuto alcuni meriti fondamentali, il signor Achille: intanto riacquistare dal conte Ratti la cascina Casello di Paullo; si è ripreso così quello che considerava un bene atavico della propria famiglia. Poi liberarsi delle proprie quote latte durante il periodo caldo degli obblighi normativi imposti sulle produzioni agli allevatori; quindi insistere sull’allevamento dei suini alla cascina Casello, con un porcilaia gestita oggi a ciclo chiuso, dalle scrofe ai maiali ingrassati; infine, prendere in affitto la conduzione della cascina Molinetto, qui a Zelo Buon Persico, per mettervi nelle stalle, tra allevamento e produzione, duecento nerissime bufale.La gestione di questa mandria è redditizia se viene offerta ad essa un cibo assolutamente sano, alimenti non fermentati e privi di muffe: allora la bufala è veramente indistruttibile, e docile alla mungitura se trattata con riguardo. Inoltre questi animali non hanno mai problemi agli zoccoli e vantano generalmente una salute di ferro. Per il conferimento del latte, sino a due anni fa ci si rivolgeva ad alcuni caseifici qui nel nord Italia; una volta che questi sono stati chiusi, c’è stato un momento di preoccupazione, e il latte veniva spedito dal signor De Vecchi e da un altro allevatore lodigiano nel Sud d’Italia, con un aggravio di costi per la spedizione. Ma è bastato farsi conoscere perché giungessero numerose offerte e ora sono i caseifici del Sud a bussare alle porte della cascina Molinetto per ritirare direttamente il latte: così vi sono autobotti che da Zelo Buon Persico ripercorrono le strade per Caserta, Castel Volturno, Salerno.Osservo le bufale sbuffare: dalle loro narici fuoriescono nuvolette d’aria, che si disperdono nel biancore della nebbia. Fa freddo, ma ho il cuore riscaldato dai racconti così belli del signor Achille: palpo la tasca del giaccone, come a volerli custodire per bene.

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