«Mi chiamo Gabriele, ho vent’anni e mi sono ammalato di Covid-19»

«Mi chiamo Gabriele, ho vent’anni e mi sono ammalato di Covid-19»

Nella lettera al nostro giornale il diario di un giovane rimasto contagiato

Mi chiamo Gabriele Beccaria, ho vent’anni, e mi sono ammalato di Covid-19. Questa è la mia esperienza, e se pensate di trovare informazioni a proposito del virus, avete sbagliato posto, così come avete sbagliato posto se pensate di poter trovare risposte: troverete le sole impressioni di un giovane, forse troppo giovane, italiano contagiato.

Buona lettura.

È la mattina del 21 febbraio scorso quando vengo svegliato da parole che non sarebbero più andate via dalla mia testa: non sono le parole di una madre che amorevolmente svegliano il figlio dal sonno, ma parole mai così pesanti nell’avvertire che il famigerato virus, fino a qualche ora prima relegato a 8700 km, si trova ora a Codogno, intendo ad una manciata di chilometri da Lodi, cioè da me. È stato in quel momento che in qualche modo ho capito che mi sarei dovuto ammalare anch’io.

Cercata una fuga alla Boccaccio con alcuni amici sulle montagne, mi dò pace per qualche giorno; ma purtroppo la mia vita non è il Decameron e io sono un paesano lodigiano, non un signorotto fiorentino. Ecco che, infatti, il giorno dopo il mio ritorno dai monti manifesto i primi sintomi: siamo così al 3 Marzo. Febbre alta e tosse sarebbero di lì a poco diventate mie perniciose compagne di vita, di quelle che sai di dover stare attento e che invece cerchi di allontanare con una certa saccenza indotta non solo dai vani tentativi di Tachipirina 1000, che oltre a far sudare ti illude di poter sconfiggere il male, ma anche dall’innocenza che può manifestare un’apparentemente mansueta bustina di Oki, pronta invece a scombussolarti lo stomaco se la si osa assumere senza essersi precedentemente rimpinzati di un cenone natalizio da otto portate.

Le mie giornate oscillano così tra i due medicinali, pronti a lusingarmi da una parte e a sconfortarmi dall’altra: uno schifo. Capisco che non posso migliorare quando, il mercoledì successivo, 11 Marzo, prima di essere caricato sull’auto di mi madre che mi deve accompagnare in Ospedale per una lastra al torace, devo affrontare l’ingestione di un innocente “baiocco”, lo stesso biscotto con il quale avevo accompagnato tutta la mia dolce infanzia.

Le condizioni peggiorano lo stesso giorno quando, al risveglio dal sonnellino pomeridiano, io ed i miei immancabili 40 gradi di febbre fatichiamo a respirare. Tutto ciò mi agita e decidiamo di chiamare il 118. Dopo due ore eccomi sdraiato su un lettino in pronto soccorso con le braccia bucate, le narici ossigenate, le dita tremanti e la bocca sbiascicante. Avendo capito che mi sarebbe toccato passare la notte su quella specie di letto (più una sdraio, in realtà, a causa dei miei 192 cm), mi metto l’anima in pace e, in botta da paracetamolo, crollo.

Se Dante, dopo essersi svegliato dagli svenimenti si trovava in posti assurdi, beh anch’io posso dire di essermi svegliato in un posto assurdo: ero in corridoio, piazzato su quella scialuppa davanti alla sala della Tac, in preda a reumatismi scaturiti molto probabilmente dalle posizioni innaturali assunte dal mio corpo durante la notte. Il fatto della mia evidente precarietà non vuole assolutamente essere una critica o, peggio ancora, un insulto alla sanità (ben conscio di come questa sia al collasso) ma un modo colorito per esprimere la mia comunque sfortunata e, per certi versi, divertente situazione.

Avendo vissuto per 9 mesi in Inghilterra, il cibo dell’ospedale mi trova preparato: nemmeno il cartone di cui sanno i pezzi di carne può scalfire il palato di un ventenne vissuto in una famiglia dell’Oxfordshire. Ringalluzzito da questa mia prova di resilienza, mi faccio beffa degli altri pazienti mostrando loro come si mangia un orrore da cima a fondo, poco prima che mi venga comunicata la notizia del mio trasferimento a Sant’Angelo, ospedale il cui reparto di malattie infettive ne è il fiore all’occhiello, che fu inaugurato proprio da mio nonno.

Sentendo aria di casa, ci vogliono tre di giorni di febbre alta affinché questa passi del tutto, e qualche altro giorno per guarire dagli altri malori. È durante il mio secondo giorno di ricovero che arriva la notizia della positività del tampone. Ormai non posso farci più niente, e le mie giornate passano così tra una flebo, una pastiglia e una visita. Sono costretto ad almanaccare nella mia testa pensieri che mi tengano impegnato e, guarda caso, riguardano le uniche cose che arredano la stanza: un tavolo e un letto….

E a questo dedico una particolare riflessione: Il Letto: “Basti pensare per qualche secondo a quanto il letto, considerato dai più solo un giaciglio notturno, sia tutt’altro che un mero e modesto mobile d’occasione. È invece importante per noi e, particolareggiando, per la nostra società: luogo sul quale siamo nati e sul quale moriremo, rappresenta, in questo senso, la chiusura di un cerchio apertosi con le urla e conclusosi col silenzio. È anche fondo sul quale combattiamo le malattie, gli incubi, le perdite, è il campo di battaglia della nostra vita così come il nostro intimo riparo che gelosamente custodiamo e tra le cui lenzuola, ogni sera, ringraziamo di addormentarci”.

Sono uno studente di Lettere: l’avere studiato e lo stare studiando la nostra letteratura, mi porta inevitabilmente ad immaginare come fosse il nostro Paese secoli e secoli fa. Ogni tanto fantastico su come sarebbe stato bello vivere nella Firenze Trecentesca, o nelle corti Rinascimentali: studiare la bellezza, le fantasie e i mondi che alcune delle più grandi menti della nostra storia hanno concepito non possono che farmi innamorare di un Paese così bello, forse troppo. Forse è troppo bello e non va bene, perché quando poi succedono queste tragedie, vederlo in ginocchio e debole fa ancora più male e mortifica l’animo di chi, come me, vede una tigre chiusa in gabbia.

Vivo nel paese più bello al mondo, e non lo so solo io che ne studio gli autori e che ne posso venir rapito ad ogni scorcio, ma lo sa anche il francese, il tedesco e l’inglese che ne sono gelosi, lo sa l’americano che lo visita e che lo venera, lo sa il cinese che lo fotografa in ogni sua parte; è così bello che quando si sporca fa scalpore e tutti ne possono ridere, ma ridono perché sono costretti a farlo, loro non abitano nel paese più bello al mondo.

È anche nel paese più bello al mondo che ho trovato degli angeli che mi hanno aiutato a guarire, mettendo a rischio la loro stessa salute, che mi hanno curato prima con l’amore nei loro gesti e poi con le medicine nelle loro mani.

Devo dire grazie a qualsiasi persona impegnatasi nel risolvere questa epidemia, siete oggi quello che vorrò leggere e studiare tra qualche anno nelle Letterature.

La bellezza salverà il mondo e il nostro Paese, finita la minaccia, ne avrà ancora di più.

Grazie. Grazie a tutti i medici, infermieri, oss, operatori sanitari e chi più ne più ne metta, grazie a tutti coloro che mi sono stati vicino sia a Lodi che a Sant’Angelo.

Gabriele Beccaria

Lodi

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