Il frutto avvelenato del nazionalismo tra asilo ed esilio

Il frutto avvelenato del nazionalismo tra asilo ed esilio

Il giorno del ricordo

Il passo dei rifugiati scandisce la storia del Novecento: in Europa le guerre mondiali tracciano e cancellano confini, di stendono e recidono reticolati, muovono popolazioni e persone quasi fossero pedine su uno scacchiere. Accade perciò che da Germania e Italia uomini e donne siano insediati in colonie e territori conquistati con violenza e ferocia, che sono poi forzati a lasciare per sfuggire a eserciti in marcia o vendette efferate, in una fuga dolorosa e precaria, in cerca di rifugio e protezione, di una vita e di una patria di riserva.

È il destino (ingiusto) degli sconfitti: centinaia di migliaia di tedeschi orientali nell’inverno tra il 1944 e il 1945, a fronte dell’avanzata dell’Armata Rossa, cercano di raggiungere i porti del Baltico per imbarcarsi verso la Germania occidentale, decimati da fame, dissenteria, febbri; circa cinquantamila ‘nazionali’ (donne, bambini, invalidi) lasciano l’Africa Orientale Italiana dopo la sconfitta e il crollo dell’impero, tra il maggio 1941 e il luglio 1943, la maggior parte diretti in Italia con le navi della Croce Rossa, gli altri internati in campi sovraffollati e malsani nelle vicine colonie inglesi; oltre duecentocinquantamila (forse trecentocinquantamila) giuliano-dalmati, dopo il porto di Zara nel 1944, abbandonano le città di Fiume e di Pola e la parte dell’Istria assegnata alla Jugoslavia, ove risiedono da generazioni o da qualche anno soltanto, nell’arco temporale tra il trattato di pace di Parigi (1947) e quello di Londra (1954).

E proprio al giorno della firma del trattato di Parigi, avvenuta il 10 febbraio 1947, rinvia il Giorno del ricordo, istituito dal Parlamento italiano con la Legge 92/2004, «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

La data prescelta, dunque, non attiene direttamente alla vicenda delle foibe, che conosce due fasi distinte: la prima nell’autunno 1943, con le uccisioni di italiani (fascisti e no) nelle foibe istriane, da parte del movimento popolare di liberazione croato, che ha per fine la liberazione del paese e la fondazione di un nuovo ordine sociale e politico; la seconda seguita all’insurrezione, alla liberazione e all’occupazione jugoslava tra il maggio e il giugno 1945, con nuove uccisioni nelle foibe (questa volta giuliane) e numerose deportazioni, di fascisti ma anche di civili che si oppongono all’annessione alla Jugoslavia.

Il 10 febbraio non attiene neppure all’esodo giuliano-dalmata, dal momento che l’ultimo convoglio di profughi italiani parte da Pola il 20 marzo 1947. L’Italia non è terra d’asilo, non accoglie o accoglie male (allora come ora): gli esuli sono dislocati in campi dedicati (i Centri Raccolta Profughi, in numero di centoventi su tutto il territorio nazionale) in condizioni di estremo disagio, spesso di sovraffollamento, con la sensazione di essere detenuti e non compatrioti bisognosi di assistenza: tant’è che il loro processo di integrazione nel territorio nazionale si conclude soltanto negli anni Settanta.

La data del 10 febbraio rinvia dunque a un accordo che – secondo i promotori della Legge - «impose all’Italia la mutilazione delle terre adriatiche» (espressione analoga a quella «vittoria mutilata» che dopo la Grande Guerra contribuì a scatenare l’occupazione di Fiume, la violenza squadrista, la seconda guerra mondiale), ma con esplicito riferimento alla «più complessa vicenda del confine orientale», che va affrontata e compresa nella sua interezza.

In meno di quarant’anni, Trieste (e non solo: la Venezia Giulia, l’Istria, parte della Dalmazia) passa in sequenza dall’impero austro-ungarico all’Italia, alla durissima occupazione nazi-fascista, all’amministrazione tedesca del Litorale Adriatico, all’occupazione jugoslava, a territorio libero, infine nuovamente all’Italia: un confine mobile segnato dalla convivenza di culture e lingue diverse, che i nazionalismi troppo spesso hanno reso concorrenti, con conseguenze più che tragiche.

Un confine oltre il quale, negli anni Novanta del secolo scorso, si è consumata la dissoluzione della Jugoslavia, ove ancora una volta le minoranze (italiana compresa) sono state negate e perseguitate in nome di una sola identità nazionale egemone, affermata e legittimata attraverso la guerra, una guerra sanguinosissima combattuta in primis contro la popolazione civile.

«Anche le foibe e l’esodo forzato furono il frutto avvelenato del nazionalismo esasperato e della ideologia totalitaria che hanno caratterizzato molti decenni nel secolo scorso. – ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della celebrazione del Giorno del Ricordo il 9 febbraio 2018 – I danni del nazionalismo estremista, dell’odio etnico, razziale e religioso si sono perpetuati, anche in anni a noi molto più vicini, nei Balcani, generando guerre fratricide, stragi e violenze disumane».

E ancora: «Le stragi, le violenze, le sofferenze patite dagli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati non possono essere dimenticate, sminuite o rimosse. Esse fanno parte, a pieno titolo, della storia nazionale e ne rappresentano un capitolo incancellabile, che ci ammonisce sui gravissimi rischi del nazionalismo estremo, dell’odio etnico, della violenza ideologica eretta a sistema».

Laura Coci

presidente dell’Ilsreco, Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea

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