Il loro ricordo vivrà nella memoria della nostra Repubblica

Il loro ricordo vivrà nella memoria della nostra Repubblica

I massacri e gli eccidi delle foibe

È iniziata la proiezione del film dal titolo “Red Land” (Rosso Istria). Film duro ma necessario per chiarire un pezzo di storia Italiana riguardante l’Istria e la Dalmazia. Attendo con ansia e amarezza, come già avvenuto negli anni passati, il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, che alcuni giornali riportino gli oltraggi alle lapidi e ai monumenti che ricordano il sacrificio dei Martiri delle Foibe.

Vorrei sottolineare l’ignoranza che sta alla base della conoscenza della storia e degli avvenimenti accaduti dal 1943 e proseguiti a guerra finita per diversi anni, nel confine orientale italiano. L’occupazione dei partigiani titoisti jugoslavi di Trieste, di Fiume, di Zara e dell’Istria tutta, dopo l’8 settembre “43 e dal maggio del ’45”, si tradusse immediatamente in una durissima repressione contro ogni forma di dissenso e opposizione nel disegno annessionistico slavo. Qui s’inserisce la questione “foibe”.

Nella categoria degli infoibati vanno incluse tutte le vittime del terrore comunista titoista ossia, oltre agli infoibati veri e propri, fatti precipitare nelle foibe carsiche, anche i fucilati come a Zara, o uccisi in vario modo come i fiumani il 3-4 maggio 1945, tra cui l’antifascista Mario Blasich, strangolato nel suo letto o gli autonomisti Riccardo Zanella (originario della provincia di Vicenza), Angelo Adam un ebreo sopravvissuto a Dachau. Quest’ultimo era stato catturato dai tedeschi e internato perché ebreo e antifascista, e venne ucciso dai partigiani jugoslavi perché italiano e autonomista. Sparito nel nulla insieme a sua moglie Ernesta Stefanich. Quando sua figlia Zulema, non ancora maggiorenne, chiese in giro notizie sui genitori, sparì nel nulla anche lei. I tre corpi non sono mai stati trovati.

I molti sacerdoti seviziati e infoibati, come don Angelo Tarticchio, quando il corpo fu riesumato dalla foiba, lo si trovò completamente nudo, con una corona di spine conficcata sulla testa e i genitali tagliati e conficcati in bocca. Altri sacerdoti scomparsi nel nulla, come il Beato don Francesco Bonifacio.

E che dire di Norma Cossetto? Abusarono di lei mentre era tenuta su di un tavolo, fu poi gettata nella foiba di Villa Surani. Concetto Marchesi, rettore dell’Università di Padova comunista e membro fondatore del CLN Veneto, le assegnò la laurea ad honorem.

Il Capitano dei Carabinieri Casini, comandante della Compagnia di Pola, seguito nella sua avventura anche dalla moglie, intendeva allestire una banda partigiana che avrebbe dovuto diventare il fulcro della resistenza italiana in Istria. In uno dei primi contatti presso Grisignana con le formazioni partigiane di Tito, fu arrestato e gettato nell’ottobre ’44 assieme alla moglie Luciana e ad altri suoi commilitoni in una foiba nella zona del Monte Maggiore.

I membri partigiani del CLN di Trieste e Pola a seguito degli arresti ed infoibamenti tornarono nella clandestinità, caso unico in Italia.

A Gorizia, centinaia di civili e finanzieri furono deportati nel campo di sterminio di Borovnica e mai più tornati a casa. Nel 1991 dopo lo smembramento della Jugoslavia, la storica slovena Natascia Nemec, poté aprire gli archivi e diffuse una lista di 1.048 deportati.

Come si vede, la mattanza ha interessato più categorie di persone. Tralasciamo altri deplorevoli casi. Con le scritte o deturpando o spezzando le lapidi e i monumenti, si vuole inneggiare alla violenza, senza alcun rispetto per la vita, bene unico e prezioso.

In particolare si vuole disattendere ai valori fondanti della Resistenza e della Repubblica, alla libertà di pensiero, al rispetto delle idee, contro la violenza stessa. Una riflessione sulla reazione debole o addirittura assente del mondo politico che ha sottaciuto frasi aberranti come quella di Macerata del 2018: “Ma che belle son le foibe da Trieste in giù” o “massa pochi” come nel Vicentino.

Si avvicina il 25 aprile, commemorazione della Festa della Repubblica, certamente si spenderanno parole di retorica, ma tacendo i fatti che oltraggiano e calpestano i morti innocenti, si tradiscono gli ideali della Resistenza.

Forse aveva ragione il compianto Gianni Giuricin, Istriano, ma nato in Austria, quando durante la Prima Guerra Mondiale i suoi genitori furono internati perché oppositori del regime Austriaco. Catturato dai tedeschi nel ’43, fu internato per due anni nei lager, dapprima in Germania e poi in Polonia. Ritornato in Italia dopo il 1945, fu scelto per far parte della Delegazione Giuliana alla Conferenza di Pace di Parigi dove si batté per ottenere il plebiscito delle popolazioni giuliane. Socialista, si dimise dalla carica di vicesindaco di Trieste, perché il Consiglio Comunale aveva approvato un ordine del giorno a sostegno del trattato di Osimo, e motivò il gesto con una dichiarazione tutta rivolta a rivendicare “l’immane torto subito da tutte le genti di questa terra di confine” e ciò quando si videro privati dei loro averi e dei loro diritti. Scrittore e saggista, va ricordato un suo libro dal titolo emblematico: “Se questa è liberazione”.

Comunque non basteranno i monumenti oltraggiati e le violenze affinchè il 10 febbraio “Giorno del Ricordo” muoia: esso vivrà nella memoria della Nostra Repubblica.

Gian Antonio Gloder, Melegnano

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