Natale nelle casedi riposo, in mezzoa tante storie

Natale nelle case di riposo, in mezzo
a tante storie

Un elogio a chi vi lavora con dedizione e senso di maternità

«Preegaava gli uccellettiii che non cantasseeroooo, perché la sua beellaa potesse dormiiiir.» Seduto spaparanzato sulla sedia, come fosse una poltrona, in attesa dell’arrivo del pranzo, dopo aver assaggiato un goccino di vino rosso per ingannare il tempo, non appena mi vede arrivare mi fissa da dietro i suoi occhiali salutandomi col lampo degli occhi, poi intona il ritornello preferito. Se non lo guardo, picchietta con le nocche della mano sul tavolo e mi fa un cenno impercettibile col capo. Ha qualcosa da dire, una delle sue solite, brevi, esclamazioni di vita vissuta.

Passa una inserviente e lui le si rivolge guardandola dal basso verso l’alto: «Hai visto il film?» Lei, che lo conoosce bene da tanto tempo, sta al gioco: «Quale film?». Al che lui risponde immancabilmente: «Un tram chiamato desiderio». E la inserviente guardandomi di sottecchi: «Io no e tu?». Allora lui sorride, contento, con quella sua bocca grande e gli occhioni che brillano, mentre si passa la lingua sulle labbra: «C’era Gessdi!». «Chi? Chi è?». Restiamo entrambi basiti, poi la signora azzecca: «James Dean! Volevi dire James Dean!». E lui ride soddisfatto, il braccio teso e l’indice puntato, indicando che ha capito giusto. Allora io aggiungo: «Risposta esatta!». E lui di rimando: «Signora Longari! Allegria!». Quindi indicando l’inserviente che aspetta di servire il pranzo agli anziani in attesa, gli faccio: «Lei è brava!». E lui, sempre allungando il braccio con il dito indice teso, come se io avessi liberato la risposta che non vedeva l’ora di esternare: «La brava è la lupa che guidava il cieco!». Lo guardo ridendo e facendo o.k. col pollice, poi giro lo sguardo verso mia mamma che non vede l’ora di mangiare e protesta piano: «Ma mi g’ho fam». E io: «Dai mamma, aspetta ancora un momento, il riso sta cuocendo e se non cuoce bene poi resta troppo al dente!».

Lui allora batte ancora le nocche sul tavolo per attirare la mia attenzione fino a che non alzo gli occhi. Senza parlare, con le labbra unite a mò di bacio, la mano destra aperta che fa il gesto dall’alto in basso come a dire “Urca, mamma mia! ”, col pollice alzato riga un segno a tagliare la guancia come a significare: «Guarda che quello è furbo, la sa lunga!»; e lo dice guardando di soppiatto più volte il suo vicino sulla sedia a rotelle, incapace di parlare in modo chiaro, ma comunque in grado di capire e di spiegarsi quando ha bisogno di qualcosa. Io lo saluto con un “ciao” e chiamandolo per nome, lui mi risponde agitando la mano. Intanto arriva in sala canticchiando sulla sua carrozzina un mio quasi coetaneo, saluta e accenna: «Eran trecento...». E lui subito di rimando: «...giovani e forti...» e allunga di nuovo il braccio, la testa alta, l’espressione un po’ mesta e conclude: «eppure sono morti!».

L’attesa del pasto è spesso carica di silenzi, però grazie a lui si intrecciano battute, scambi di ritornelli, dialoghi più o meno surreali. Quando il tempo scorre lento, allora si alza, alto e dritto con la fronte spaziosa e le mani intrecciate dietro la schiena: con contegno e discrezione passeggia verso l’altra stanza, poi si ferma ritto e imponente in mezzo alla porta: sembra osservare il nulla, senza parlare mai; se qualcuno gli dice «Vai al tavolo, forza», lui obbedisce tranquillo e pian piano torna al suo posto. Non chiede mai niente, non si lamenta mai. Se gli chiedo: «Hai fame?». Lui asserisce con la testa e basta. Mangia molto volentieri tutto quello che ha nel piatto, tutto quello che c’è, in un battibaleno. «Va bene la pasta?». E fa segno di si con la testa. Ma ogni tanto, fra il primo piatto e il secondo, specie se io lo invito con un’occhiata o un saluto, parte coi suoi ricordi. Gli dico: «Taci» e lui prosegue: «che il nemico ti ascolta», poi fa una pausa e aggiunge: «anche nei casini.»

Una sera, non so come, cominciò a canticchiare “Faccetta nera”. Il mio “coetaneo” si è messo a ridere ed io anche. Non l’avessimo mai fatto! Un anziano ospite letteralmente sbalordito e scandalizzato per quella canzone cantata in pubblico cominciò a protestare: la riteneva un insulto vero e proprio alla Costituzione. Noi la buttammo sul ridere, cercando di sdrammatizzare ma inutilmente: restò tutta sera offeso e indignato.

È passato il Natale anche nelle case di riposo; in mezzo a tante storie e situazioni personali assai diverse, vanno elogiati ed elogiate coloro che vi lavorano con dedizione e senso di maternità. Hanno un ruolo ed una mansione delicata e piena di attenzioni verso persone in una fase della vita molto delicata, ancora piena di quotidianità e di insegnamenti anche per noi. Medici, infermieri, cuochi e personale ausiliario con la loro umanità ed il loro servizio rendono meno tristi le giornate dei nostri cari anziani. Grazie, il Natale continua tutti i giorni.

Pierluigi Cappelletti

Orio Litta

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