Quale destinazione per le tante cascine abbandonate?

Quale destinazione per le tante cascine abbandonate?

Per il Lodigiano il tema è di scottante attualità

Pregiatissimo Direttore,

faccio seguito all’articolo apparso recentemente sulla vostra testata in data 13 novembre 2018, avente per oggetto due storiche cascine poste all’ingresso di Sant’Angelo, le cui procedure di vendita, avevano avuto esito negativo, per effettuare alcune considerazioni in merito al riuso dei siti abbandonati con particolare riferimento a quelli rurali, che per ovvi motivi ci circondano quotidianamente, nella pianura lodigiana.

L’abbandono è diffusamente rappresentato – nel senso comune ma anche in buona parte della letteratura specialistica – come un fenomeno che riguarda gli insediamenti urbani, i centri storici, ma soprattutto i siti rurali, sia montani che posti nelle pianure, spopolati dalla emigrazione connessa alla industrializzazione del settore agricolo, dove la forza lavoro del “ bracciante ” è stata completamente sostituita da mezzi d’opera altamente prestazionali.

Lo stesso fenomeno interessa anche le aree periferiche delle grandi città dove l’espansione ha inglobato attività produttive preesistenti rendendole incompatibili con i nuovi paradigmi urbani.

Un recente censimento del WWF, aveva dimostrato a tal proposito , che l’abbandono è una patologia che riguarda – pur in misura differente – tutte le diverse parti della città e del territorio.

Si tratta di un segnale preoccupante che dimostra come, in Italia, l’abbandono non sia frutto di situazioni accidentali ed episodiche, bensì l’esito di processi geneticamente molto diversi ma che hanno come punto di caduta comune , il moltiplicarsi di situazioni di degrado urbano – fenomeno ad oggi inarrestabile ed irreversibile.

È sufficiente effettuare una escursione ciclistica in campagna per trovare fabbricati rurali dismessi, capannoni inutilizzati o altri edifici accessori, in palese stato di abbandono.

Non si tratta di pochi ruderi dalla malinconica bellezza, ma di un patrimonio edilizio consistente, difficile da gestire nonostante i recenti incentivi fiscali al riuso, ma che potrebbe essere una straordinaria opportunità per l’abitare di qualità ed un manifesto contro lo spreco.

Da architetto libero professionista e senza avere la presunzione di insegnare nulla a chicchessia, mi sembra normale elencare in maniera del tutto sintetica, alcune delle ( buone ) ragioni, che dovrebbero indurre a recuperare un edificio abbandonato.

Il fascino sostenibile del recupero - Recuperare edifici esistenti riduce ovviamente il consumo di suolo, obiettivo dichiarato di tutte le politiche urbane sostenibili, mirando ad interventi nel quale si possa esaltare il fascino degli edifici abbandonati, non solo quelli aventi valenza storica ed architettonica.

La sfida dello stile ideale - Il progetto di riuso potrebbe essere attuato anche non tramite i consueti stili tradizionali, ma anzi potrebbe essere addirittura divertente provare a reinventarsi l’atmosfera ideale, degli spazi esistenti.

I progetti da attuare nella città, dove spesso lo stile predominante e quello post-industriale, dovrebbero prendere spunto ad esempio dagli esperimenti nati negli Stati Uniti per riutilizzare spazi di lavoro dismessi dopo la seconda guerra mondiale, ed ispirare la relativa ristrutturazione.

La ricerca di architetture inedite - Un altro motivo per recuperare gli edifici storici è la possibilità di sperimentare architetture inusuali, nate dal contrastante connubio tra architettura storica e linguaggio architettonico moderno.

Il crowdsourcing – non bisogna dimenticare che nell’era telematica del web, non mancano iniziative social di supporto al recupero degli edifici abbandonati, di iniziativa sia pubblica che privata, tese a censire e riutilizzare per scopi culturali, oltre che abitativi, il grande patrimonio edilizio delle nostre città.

Gli incentivi e i bonus – Discreto impulso al riuso, è stato garantito dalle politiche statali mediante il bonus ristrutturazione, che purtroppo però risulta utilizzabile solo se l’edificio ha destinazione d’uso di tipo residenziale.

A livello locale molti comuni riducono gli oneri di urbanizzazione o danno bonus volumetrici a chi riutilizza edifici dismessi e la Toscana con specifica Legge Regionale ( n.3 del 7.2.2017), ha addirittura elaborato una politica ad hoc per il recupero degli edifici rurali abbandonati.

Ma purtroppo , anche in presenza delle suindicate motivazioni che dovrebbero indurre la collettività ad effettuare interventi di recupero, la realtà dei fatti è che, ad oggi, operare tali interventi, all’interno del contesto nazionale, caratterizzato da un complicato apparato normativo edilizio, fiscale, economico e sociale, è tutt’altro che agevole per il privato e per gli operatori del mercato dell’edilizia.

Anche se la Regione Lombardia, ha da tempo proposto diversi interventi di indirizzo in tal senso (es. Legge Regionale n. 4 del 13 marzo 2012 “ Norme per a valorizzazione del patrimonio edilizio esistente e altre disposizioni in materia urbanistico-edilizia”, Delibera della Giunta Regionale XI/207 del 11/06/2018, recante le “Misure di semplificazione ed incentivazione per il recupero del patrimonio edilizio”), troppo pochi sono ad oggi gli strumenti efficaci, a disposizione per poter dare un impulso veramente decisivo, che consenta di attuare quelle che per lo più rischiano di rimanere, solo ed esclusivamente delle “belle idee”.

Solo due possono essere gli elementi che possono sovvertire concretamente la situazione attuale:

- la previsione a livello governativo di reali misure incentivanti, sotto il profilo economico per coloro che intendono attuare un intervento di recupero edilizio con l’abbattimento totale degli oneri di urbanizzazione dovuti;

- incentivare le Amministrazioni locali ad individuare i siti dismessi, classificandoli come “Zone di trasformazione e rigenerazione urbana” nelle quali prevedere programmi integrati “burocraticamente snelli”, finalizzati alla riqualificazione funzionale, anche con destinazione d’uso diversa da quella iniziale, di siti in disuso, aventi l’obiettivo di migliorare le condizioni urbanistiche, abitative, socio-economiche, ambientali locali.

Peraltro l’effetto sinergico delle sopracitate azioni, comporterebbe anche un tutt’altro che secondario ritorno per il settore dell’edilizia, in termini di appalti per le imprese e pertanto anche in termini lavorativi per la collettività.

Auspicando che in Italia non si rimanga perennemente nell’alea delle “belle idee”, ma ci si adoperi in maniera concreta per attuare politiche semplici ma estremamente efficaci, ringrazio per lo spazio accordato.

Emanuele Stefanoni, architetto

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