I reduci portavanonel cuore quella tragedia immane

I reduci portavano nel cuore quella tragedia immane

Il centenario della Grande guerra

L’eco della prima guerra mondiale mi giunse nella più tenera età. Il ricordo della “Grande Guerra” arrivava ogni anno il 4 novembre, quando il mio paese, come tutti i paesi della nostra terra, si riuniva intorno al monumento ai caduti nel giorno della commemorazione. Grande silenzio, profonda mestizia e commozione. Dopo il discorso del Sindaco il corteo, con tutta la comunità, si avviava verso il cimitero. Un corteo silenzioso e composto, a volte accompagnato dalle note struggenti di una banda. I canti degli alpini prendevano il cuore: “La Canzone del Piave”, “Monte Grappa”, “Il Testamento del Capitano”. Avvolti nei tabar e assorti nei loro pensieri i reduci, curvi sotto il peso della vita e dei ricordi, camminavano a passi lenti e cadenzati. Portavano nel cuore visioni di una tragedia immane, immagini di estremo coraggio o anche di codardia, sentimenti di dolore e sofferenza fisica e morale.

La guerra, principalmente di frontiera, aveva visto i due fronti alternare le loro avanzate e ritirate lungo l’arco alpino, divenuto teatro di scontri, violenze, atrocità, morte. Lo splendore di monti, foreste, ghiacciai, distese verdi o innevate si era tramutato in uno spettro cupo e doloroso. La natura, nella sua superba bellezza, veniva umiliata dalla insensatezza dell’uomo. Giovani contro giovani. Sposi, fratelli, figli, di uno o dell’altro esercito, cadevano in battaglie estenuanti, già stremati dal freddo, dalla fame, dalle malattie. I nostri soldati arrivavano da ogni angolo del Paese, un Paese non ancora coeso, ancora smembrato in tante diverse culture, senza una lingua davvero comune. Tutti avevano negli occhi la luce della vita, la speranza del domani, il ricordo della casa e degli affetti lasciati. Ma al fronte andavano a morire, falciati dal fuoco nemico. I nostri amati fiumi, il Piave, il Tagliamento, l’Isonzo ne cullavano l’ultimo cammino verso il mare; le nevi arrossate dei monti, dell’Adamello, della Marmolada conservavano i resti e le poche cose di creature dilaniate nel fiore degli anni. Lunghi treni riportavano a casa membra ferite, spesso incapaci di ricostruirsi un futuro.

Sui libri di storia la mia generazione studiava per sommi capi la realtà di questa guerra, le sue cause e i suoi effetti. Ma i testi ne davano una lettura superficiale perché la Storia ha bisogno di tempi lunghi per poter essere almeno in parte compresa, decifrata, ripulita da ideologie e commenti faziosi. L’enfasi retorica ancora mascherava eventi terribili, gesta eroiche e tradimenti, errori ed incompetenze, ma soprattutto tragedia e dolore, dietro la facciata di una innegabile vittoria.

La celebrazione del centenario è stata preceduta da approfondimenti, studi, convegni, dibattiti ormai basati su ricerche ad ampio spettro e il più possibile obiettive e rispettose della realtà di questo conflitto. Dai documenti sono emersi di questi cento anni pagine drammatiche o gloriose, esperienze di vita, testimonianze inedite. Oggi si ritiene con sempre maggior convinzione che la Grande Guerra, dopo la disfatta di Caporetto e la successiva riscossa di Vittorio Veneto, coincida con la nascita di una identità nazionale vera e profonda, con la consapevolezza del sentimento di patria che la morte di tanti innocenti ha consolidato.

Scrivere oggi, ma anche semplicemente fermarsi a riflettere, ripensare a questo periodo significa dare forza alla memoria, non lasciar cadere nell’oblio o nell’indifferenza il sacrificio dei nostri nonni, dei nostri cari. Significa non disperdere il dolore di quanti dal conflitto sono stati toccati o travolti. Il silenzio, la preghiera, il raccoglimento sono un dovere di ciascun italiano, un tributo imprescindibile. In questo giorno di grande impatto emotivo sul nostro Paese anche il più umile soldato non può essere dimenticato. Deve rimanere nel cuore di ciascuno, anche e soprattutto dei più giovani, come monito per il domani.

Andreina Garioni

Codogno

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