Lodi, task force per l’unità di crisi
La sala operativa della questura

Lodi, task force per l’unità di crisi

Il nostro giornalista nella sala dove sono coordinate attività logistiche e di sicurezza nella zona rossa

Andrea Bagatta

I telefoni smettono di squillare, e per un momento cala il silenzio nella sala operativa della prefettura di Lodi. Ma è poco più di un istante, poi ricominciano a suonare, uno, due, tre telefoni, e le voci si alzano come poco prima. Funziona così tutto il giorno, dalla prima mattina fin quasi a mezzanotte, con 15 telefoni sul tavolo, spesso occupati tutti insieme contemporaneamente.

È una task force di una ventina di persone che si alterna nell’unità di crisi, la cabina di regia di tutte le attività logistiche e di sicurezza della zona rossa e di tutta la provincia di Lodi. È stata istituita in una sala al piano terra della prefettura per far fronte alla grave emergenza del coronavirus, ed è coordinata da Sara Morrone, capo di gabinetto della prefettura. In sala c’è personale delle forze dell’ordine (carabinieri, polizia e guardia di finanza), dell’Agenzia regionale dell’emergenza urgenza, dei vigili del fuoco, della Protezione civile lodigiana e di Regione Lombardia, e dell’Azienda socio-sanitaria territoriale. Non c’è personale dell’Ats, che ha la competenza sull’emergenza sanitaria.

Qui arrivano centinaia e centinaia di telefonate e di email urgenti, praticamente tutto il giorno. Una mole importante di lavoro riguarda i permessi per entrare e uscire dalla zona rossa, da chi deve recarsi per una visita medica non rinviabile, magari oncologica all’ospedale di Casale, a chi deve portare gli alimentari ai negozi di uno dei 10 paesi chiusi per coronavirus, dall’azienda che ha la produzione a nord di Lodi, ma il capannone a Codogno, ai privati che hanno subito un lutto a Piacenza e chiedono di poter partecipare al funerale. Ogni richiesta viene valutata velocemente, ma con scrupolo dai funzionari, e poi si ha il responso: autorizzata, autorizzata con prescrizioni, negata. Sempre con l’obiettivo di osservare i termini dell’ordinanza governativa che istituisce la cintura di sicurezza, ma al tempo stesso per garantire i servizi ritenuti essenziali, le consegne di alimentari ai negozi e per andare incontro a esigenze personali improcrastinabili.

In un attimo si passa dal valutare con le società e gli enti competenti come riattivare gli uffici postali o garantire l’ingresso della carta stampata al capire se un certo prodotto che si vuole introdurre nella zona rossa è davvero di primaria importanza. Così si da il via libera ai camion che portano l’acqua minerale alla casa di riposo di Codogno, ma si nega il permesso a un venditore porta a porta di casse d’acqua. Il principio è quello di evitare i contatti diffusi, e per questo l’appoggio dei centri operativi comunali, nei paesi della zona rossa, è fondamentale, come centri di coordinamento e smistamento di alcuni approvvigionamenti. Per il momento, le richieste valutate quotidianamente in questi primi giorni oscillano tra le 400 e le 500. E contemporaneamente, ci sono rapporti istituzionali e lavoro d’ufficio.

I sindaci che chiedono informazioni su come comportarsi rispetto a singole richieste arrivate a loro o per dare informazioni alla popolazione, prefetture di altre zone del Paese che chiamano per confrontarsi su provvedimenti da assumere, cittadini di paesi fuori dalla zona rossa che vogliono capire come attivare richieste per i propri cari. Il tutto in un’attività frenetica che non ha un minuto di sosta, e che presenta spesso casi nuovi o imprevedibili, su cui ci si confronta, si ragiona, si applica il buon senso. «Il nostro obiettivo è far rispettare i termini dell’ordinanza, cercando di creare il minor disagio, e anzi dando supporto e trovando soluzioni ai problemi che ci vengono sottoposti – spiega il prefetto Marcello Cardona -. Siamo operativi a ritmo continuo. La popolazione non è sola di fronte a questa emergenza».

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