«Ho chiamato aiuto con il telefonino, pensavo fosse il nostro ultimo giorno»
Uno degli studenti sequestrati racconta ai giornalisti la telefonata per chiedere aiuto fatta insieme a un compagno

Bus in fiamme, i racconti dei ragazzi sequestrati: «Voleva una vendetta»

Adam, che insieme a un compagno è riuscito a telefonare e dare l’allarme: «diceva che i suoi bambini erano morti, e che anche noi saremmo morti»

«Pensavamo fosse arrivato il nostro ultimo giorno» spiegano i ragazzi salvati dall’autobus sequestrato e dato alle fiamme. Raccontano con parole simili e occhi che si fissano negli occhi dell’intelocutore quasi a cercar conferma che l’incubo è davvero finito. Alcuni di loro sono stati portati in ospedale, altri raccolti alla media Galileo Galilei, istituto comprensivo Margherita Hack, la cui palestra è stata trasformata in centro di accoglienza e primo soccorso. Qui hanno atteso i genitori.

L’intervista a uno dei bambini sequestrati

«Tanti urlavano e piangevano, anch’io ho pianto» confessa Adam, che all’arrivo del papà Khalid gli vola letteralmente tra le sue braccia dimenticando la ritrosia tipica dei 13enni e mostrando al mondo la felicità di avercela fatta . Poi il 13enne racconta di quella telefonata al 112 che lui e un suo compagno di classe sono riusciti a fare. «Un mio amico è riuscito a nascondere il telefono – spiega – e me lo ha passato. Abbiamo chiamato il 112, raccontato quello che stava succedendo, chiesto aiuto. Però non sapevo come sarebbe finita. Qualcuno ha cercato di spaccare un finestrino, senza riuscirci». Il drammatico racconto continua: «Quell’uomo urlava, insultava, diceva che ci avrebbe bruciato tutti, perché i suoi bambini erano morti, e che anche noi saremmo morti».

L’arrivo dei genitori

«Non sapevamo cosa voleva – dice un’altra delle studentesse della scuola media Vailati – ha legato i polsi di alcuni di noi, urlava che i bambini in Africa muoiono e che non è giusto, aveva una pistola e un coltello e sembrava impazzito». «Voleva una vendetta» sussurra Sapha.

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