Nucci: «Sia il silenzio a parlarci»

Nucci: «Sia il silenzio a parlarci»

Intervista al baritono lodigiano: «Credevo di aver visto tutto....»

Lodi

«Io sono figlio della guerra. Allattato sotto i bombardamenti, scampato indenne a situazioni drammatiche come la rivoluzione in Portogallo e al golpe in Cile. Sono insomma abituato a correre in mezzo alle fucilate. Credevo di aver visto tutto. Invece la vita ecco che ti fa lo sgambetto e ti pone di fronte a una situazione di cui, solo due mesi fa, tutti noi avremmo sorriso, quasi come a uno scherzo così assurdo da non ottenere l’effetto desiderato». Leo Nucci è nella sua casa di Lodi. Barricato per difendersi dal virus che non perdona la minima concessione a un refolo di libertà, con il telefono spento per sfuggire al tam tam di giornalisti internazionali che si informano da lui sulla situazione italiana. «Non credo di aver mai trascorso un tempo così lungo in casa», confessa il baritono, cercando di trovare un tono più leggero a una conversazione difficile.

Dove avrebbe dovuto essere, in questi giorni?«A Genova, dove avevo firmato la regia di “Un ballo in maschera”; il 22 marzo avrei anche dato una recita».L’ultima volta in cui è salito sul palco? «Lo scorso 22 febbraio, quando ho lasciato il Regio di Torino dopo un “Nabucco” davvero trionfale. Purtroppo, già si percepiva un’aria tesa. Da allora, io e mia moglie viviamo in casa, da dove assistiamo, tramite gli organi di informazione, al preoccupante evolvere di quest’emergenza».Una rivoluzione copernicana, nella vita di un artista che ha portato in ogni angolo del pianeta l’orgoglio dell’Italia.«I primi giorni, il silenzio era la dimensione che più mi suonava strana. Il silenzio della mia sala da pranzo, niente musica di sottofondo come spesso si ha nei ristoranti dove, per motivi professionali, mi è spesso mi capita di mangiare di solito. E nella dimensione surreale di questo periodo, direi che questa intimità ritrovata rappresenta per me un’occasione preziosa per riflettere e per meditare sul senso della vita, sulle priorità e sul valore inestimabile degli affetti. Ma fuori dalle mura domestiche, il silenzio non è per nulla rassicurante».Cambierà il nostro approccio alle esperienze, dopo questo uragano?«Sta già cambiando. Ci si muove e ci si guarda con paura. I teatri europei sono tutti zona rossa: chiusi, con spettacoli cancellati. È il senso di precarietà che ci ha colpiti tutti alle spalle e che non ci permette ancora di rialzarci. Inizialmente, ingenuamente, avevamo forse sottovalutato il problema; intanto il virus lavorava nell’ombra e si diffondeva, invisibile, inarrestabile, e ci portava via parenti e amici».Prima di iniziare la nostra conversazione ci raccontava dell’assedio della stampa estera che le chiede informazioni. Come viene vista l’Italia di questi giorni da oltreconfine? «Il sacrificio e la dignità che noi italiani stiamo dimostrando in questo momento drammatico della nostra vita, il peggiore dagli anni della guerra, vengono unanimemente riconosciuti e ammirati. Questo mi rende ancor più orgoglioso delle mie radici».C’è un insegnamento che questi giorni così faticosi e tragici possono lasciare nella memoria di chi li sta affrontando? «Credo che per la nostra epoca così abituata all’invincibilità della ricchezza, dello strapotere della tecnologia, dalle comunicazioni veloci, questo dramma collettivo possa rappresentare l’opportunità per ritrovare la nostra dimensione più umana, la nostra finitezza di uomini fragili e provvisori. La paura umanizza e affratella». Questi giorni saranno ricordati anche per flash mob dilaganti e canti improvvisati dai balconi delle città...«Li trovo manifestazioni molto belle e spontanee. Anche diversi artisti hanno deciso di dare un contributo prestando immagine e voce per un messaggio. Interpellato, io ho preferito declinare l’invito, e lasciare che sia il silenzio a parlare e a parlarci. Quello che è sceso sulle strade e nelle piazze, senza auto che circolano e senza aerei che sfrecciano nel cielo»

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