La frattura bianco-nero e il volto dell’America

La frattura bianco-nero e il volto dell’America

“Un altro tamburo”, storie di ribellione e coesistenze difficili

Marco Denti

Nel background di “Un altro tamburo” c’è un movimento tellurico che Isabelle Wilkerson in “Al calore di soli lontani” descriveva così: “Durante la prima guerra mondiale un pellegrinaggio silenzioso mosse i primi passi entro i confini della nazione. La febbre scoppiò senza preavviso né segni premonitori e, esclusi i diretti interessati, se ne accorsero in pochi. Si placò soltanto negli anni Settanta, con trasformazioni inimmaginabili sia al Nord che al Sud; nessuno, nemmeno chi si metteva in viaggio, ne sospettava la portata, e che ci sarebbe voluta quasi una vita per portare a termine tutti i cambiamenti”. Le migrazioni che hanno cambiato il volto dell’America nella rappresentazione di William Melvin Kelley partono da uno stato immaginario che “confina a nord con il Tennessee; a est con l’Alabama; a sud col golfo del Messico; a ovest col Mississippi”. Un bel giorno, gli abitanti neri lasciano le loro case e laggiù non rimane nessuno. Tutto comincia quando Tucker Caliban, che da sempre è stato al servizio dei Willson, discendenti di un generale confederato e dominus dello stato (la capitale si chiama Willson City), incendia e distrugge le sue proprietà. Per la comunità nera il suo gesto ha un effetto dirompente: Tucker è uno dei pochi che ha potuto comprarsi, grazie alla sua fedeltà, una porzione di terra, intesa come un’ideale garanzia per l’emancipazione. Il detonatore per una fuga di massa e senza rimpianti. La reazione raccolta sulla strada, anzi, sulla veranda, da chi resta è rozza e fuorviante: “Abbiamo davanti un nuovo inizio, come dice quello là. Adesso possiamo vivere come abbiamo sempre vissuto senza preoccuparci che qualche negro ci venga a bussare alla porta e si voglia mettere a tavola con noi per cena”. La provocazione è implicita, ma le fondamenta storiche sono solidissime: con “Un altro tamburo”, William Melvin Kelley immagina e riporta l’atmosfera che ha generato la diaspora afroamericana e il lettore vede da distanza ravvicinata la drammaticità di una frattura epocale. Nel legame tra l’ultimo discendente dei Willson e Bennett Bradshaw c’è lo snodo centrale di “Un altro tamburo”. Attraverso il diario di David Willson, si intravedono i filamenti di amicizia con Bennett Bradshaw: al college (del Nord) bianco e nero riescono persino a condividere una camera, non senza imbarazzi ed equivoci, ma se non altro trovando un punto d’incontro. Nel rapporto tra i due, David Willson matura la consapevolezza che la svolta è dietro l’angolo ma, lascia intendere William Melvin Kelley già nel 1962, è soltanto un miraggio, molto pericoloso. La realtà, anche quella storica, è quella raccontata soprattutto nel tragico finale, durissimo, ma non così insolito nell’America dove prosperavano razzismo e schiavitù.

William Melvin Kelley

Un altro tamburo

NN Editore, Milano 2019, pp 256, € 19

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