Craxi e l’esilio di Hammamet: la tragedia di un re sconfitto
Pierfrancesco Favino in “Hammamet”

Craxi e l’esilio di Hammamet: la tragedia di un re sconfitto

Il film di Gianni Amelio che racconta gli ultimi mesi di vita dell’ex leader socialista

Lucio D’Auria

«Alla fine del secolo scorso»: sembra passata un’era geologica da quel congresso del 1989, dalla piramide multischermo dell’Ansaldo, dagli applausi e dal trionfo (anche se per terra ci sono già i garofani spezzati che fanno pensare a quello che sarà).

Gianni Amelio racconta Craxi, senza mai nominarlo. Nell’esilio di Hammamet è solo e sempre “il presidente“, anche se il mimetico Favino sullo schermo fa il percorso contrario, trasformandosi letteralmente nell’ex leader socialista. Primi piani, silenzi, il dolore di una tragedia scespiriana che incombe, poche concessioni alla cronaca dei fatti («i soldi li hanno presi tutti») e il desiderio di ricostruire innanzitutto una vicenda umana. A vent’anni quasi esatti dalla morte di Bettino Craxi un film per la prima volta parla di lui, raccontandolo negli ultimi sei mesi di vita nella villa in Tunisia.

“Hammamet” parla di lui e in qualche modo di un Paese che non ha saputo ancora fare i conti con un pezzo della propria storia. Che ha buttato in varietà, o gettato monetine, o fatto finta di dimenticare, ma non ha voluto ancora affrontare il capitolo per chiudere il libro.

Amelio non sceglie la strada del film politico, anzi. Quello che tratteggia è un ritratto umano, personale, il suo è prima di ogni altra cosa un film intimo, crepuscolare, per come tratta il “re caduto“, il generale rimasto senza esercito. Un film costruito sui silenzi, sui gesti minimi, che non sarebbe esistito probabilmente senza Favino che ha dato corpo e sostanza alle minime inflessioni della voce e del volto, alla postura delle mani.

La Storia - quella patria - ovviamente c’è, entra di riflesso negli ultimi sei mesi di vita del leader socialista, e tra una ripresa filmata e una lettera dettata alla figlia, c’è la vicenda del Paese che si insinua tra le pieghe del racconto. Ma presto svanisce anche l’attesa dello spettatore per particolari, segreti, rivelazioni. Non ci sono nemmeno i nomi: Craxi è solo “il presidente“, la figlia Stefania diventa (simbolicamente) Anita, l’ospite è un politico «avversario ma mai nemico», il vecchio compagno di partito morto suicida è semplicemente Vincenzo. E il suo figlio misterioso è Flavio, venuto a regolare i conti: la figura più simbolica ma anche più fragile del film.

Bettino Craxi in un’immagine di archivio

C’è la vicenda giudiziaria, Amelio fa ricordare al suo protagonista «le due condanne passate in giudicato» e il sistema di finanziamento ai partiti «che riguardava tutti, nessuno escluso». Ma il regista si tiene lontano dalle sentenze, coerente a un percorso narrativo diametralmente opposto. Vale per tutto la vicenda di Sigonella, ricostruita attraverso il racconto di un bambino (il nipote) sulla sabbia, con i soldatini e il modellino di un aereo. Amelio non giudica e non sceglie una posizione tra martire o criminale, piuttosto parla di padri e di figli che non riescono a trovar pace, non trovano perdono. «L’uomo che era un gigante» e che ha visto sbriciolarsi il suo potere è raccontato con le sue contraddizioni e con poche concessioni (ad esempio quando gli viene riconosciuto lo stato di esule costretto a guardare l’Italia «da una spiaggia in una giornata limpida»). Prima e dopo c’è il tormento dei ricordi e ci sono i fantasmi che inseguono “il presidente“ e i tanti protagonisti non riconciliati di questa storia italiana.

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