Incubi, thriller e spettatori dentro il “labirinto” di Carrisi
Dustin Hoffman e Toni Servillo in una scena de “L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi

Incubi, thriller e spettatori dentro il “labirinto” di Carrisi

In sala “L’uomo del labirinto”, il nuovo film diretto dallo scrittore passato alla regia

Donato Carrisi è scrittore che ama il cinema. Giallista - dicono le cronache letterarie - che ha sempre costruito i suoi romanzi come dei film. Autore (di grande successo) è legato a doppio filo al genere - il thriller - sulla carta e di conseguenza sullo schermo quando è qui che rivolge la sua attenzione. Per lui l’obiettivo, dichiarato, è creare un meccanismo capace di inchiodare lo spettatore alla poltrona, in un crescendo di tensione. Utilizzando le regole del romanzo e prendendo dei riferimenti quando passa dietro la macchina da presa. Era accaduto per il film d’esordio “La ragazza nella nebbia” accade ora che lo scrittore porta al cinema, da regista, “L’uomo del labirinto”, altro suo libro diventato best sellers.

Il manifesto

Samantha è stata rapita quando era una bambina, la ritroviamo 15 anni dopo quando è una donna ancora in preda agli incubi legati a quel fatto rimasto misterioso. Ancora chiusa dentro a un “labirinto” che chi sta attorno a lei (investigatori, dottori e lo spettatore) cerca di decifrare. Tra questi il dottor Green (Dustin Hoffman) e il detective Bruno Genko, figure per molti versi opposte e altrettanto misteriose.

Il mondo di Carrisi è fatto di incastri, di collegamenti e di colpi di scena che i lettori suoi fan amano e conoscono. Al cinema la sua maniera di sorprendere è decisamente meno sottile (non meno efficace intendiamoci: qui non è in ballo il solito impossibile confronto tra libro e film, che restano amabilmente oggetti separati).

Un cattivo con la testa di coniglio che fa pensare a Donnie Darko, una caccia psicologica nella mente di vittima e assassino che riporta alla memoria Il Silenzio degli innocenti, una ricerca del colore e delle atmosfere che rivelano la passione per Dario Argento: i riferimenti sono nobili e chiari, poi c’è il modo in cui Carrisi regista mette tutto quanto insieme e tutto quanto in scena. Ed è un modo alluvionale, spesso compiaciuto, sicuramente “spaventoso” e quindi efficace tornando alla dichiarazione d’intenti fatta in apertura. Il patto con il pubblico è non lesinare sul fronte dell’emozione e “L’uomo del labirinto” usa tutti i mezzi per arrivare all’obiettivo. In più può contare sul “duello” tra due grandi interpreti che rubano spesso l’occhio e la scena per bravura, garantendo al film una piccola parte del risultato già al fischio d’inizio.

Il cinema di genere, ripete Carrisi, il thriller, il giallo che sfiora l’horror, quello che mette le emozioni davanti a ogni altra cosa. Lui ha ovviamente un modo suo di interpretarlo: non aspettatevi qui il primo piano senza parole sugli occhi di Clarice Starling. Ne “L’uomo del labirinto” la ricerca del colpo di scena è continua, così come il desiderio di spiazzare lo spettatore in un finale che si moltiplica e che rimane anche “aperto” in qualche modo. Il gioco di incastri però non è pericoloso solo per i personaggi sullo schermo, e in quel “labirinto” si rischia di rimanerci chiusi tutti quanti, autore-regista e spettatore.

Lucio D’Auria

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