“Joker”, maschera del dolore Commedia tragica a Gotham
Joaquin Phoenix con il trucco di Joker nel film di Todd Phillips

“Joker”, maschera del dolore. Commedia tragica a Gotham

Arriva in sala il film che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia

Una risata che si scioglie in un pianto disperato. Che resta nella testa e non lascia facilmente lo spettatore. Ecco dov’era nascosto il Joker che abbiamo già incontrato sullo schermo ma che ancora non conoscevamo (al cinema non è stata mai una scelta banale da Jack Nicholson a Jared Leto: tutte grandi interpretazione, qualcuna straordinaria, vedi Heath Ledger). Stavolta però siamo davanti a qualcosa di diverso, a un passo di lato rispetto all’universo figlio dei comics targati Dc.

Il Joker insomma stava nello sguardo disperato di Joaquin Phoenix, nel dolore scheletrico del suo corpo che vive nel ventre di una Gotham City che tutto sembra tranne una città-fumetto. Lo scopriamo in questo film che prende il personaggio del “nemico di Batman” per cambiare le regole e raccontare molto di più rispetto a quanto visto fino ad oggi. Il lavoro fatto dal regista Todd Phillips su uno dei personaggi più noti dei fumetti è infatti - a tratti - impressionante: trasformare la sua storia in un dramma contemporaneo che prende come riferimento “Taxi driver” prima ancora dell’albo che diventa così una remota ispirazione. “Joker” (Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia) è una libera interpretazione di quella storia (anche se il legame con la saga emerge poco alla volta e si completa nella seconda parte della storia), un film completamente autonomo che racconta la nascita del male nel volto e nel corpo di Arthur Fleck, la sua trasformazione nel clown assassino, in una città coperta dai rifiuti e popolata da una violenza crescente e senza controllo, che ignora l’esistenza del protagonista così come New York non sapeva nulla di Travis Bickle. E non c’è solo Robert De Niro in tv a legare i due film. «La gente adesso si accorge che esisto» dice all’inizio della sua trasformazione Arthur e suona proprio come quel «in ogni strada di questo paese c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno» che spingeva Travis.

Costruito interamente sul volto e sul corpo del suo protagonista, il film corre il rischio di veder trasformarsi la straordinaria interpretazione di Joaquin Phoenix in un boomerang per il regista. Che è quasi messo in ombra dalla bravura del suo attore e che per buona parte del film si limita a “seguirlo”, catturato come lo spettatore dalla sua prova.

«Non sono stato felice una sola volta in vita mia» confessa Arthur-Joaquin per il quale la madre aveva immaginato una vita fatta di sorrisi. La sua maschera disegnata con il cerone e il rossetto è destinata a diventare qualcosa di diverso, di tragico, a lasciare un segno così come per il “Joker” di Phillips è facile immaginare un posto importante nella memoria del pubblico. A cominciare da quella risata tragica e dall’interpretazione di impressionante bravura di Joaquin Phoenix, che ha indossato una maschera che anche alla notte degli Oscar sarà difficile sfilargli.

Lucio D’Auria

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