Cavalli: dopo il podio nel Campiello più narrativa e meno palcoscenico
Giulio Cavalli durante la serata del Premio Campiello

Cavalli: dopo il podio nel Campiello più narrativa e meno palcoscenico

Intervista all’autore lodigiano che con “Carnaio” ha raggiunto il secondo posto nel prestigioso premio letterario

Per anni ha calcato il palcoscenico nei panni di un cantastorie. Usando la voce e la fisicità per dare vita a spettacoli amari e di denuncia, rinunciando anche alla sua libertà personale, vivendo sotto scorta per le minacce subite dalla criminalità. Oggi sceglie di stare più al riparo, di privilegiare la parola scritta, di prendersi il tempo per far nascere e crescere una storia. Ci sarà sempre meno palcoscenico e sempre più narrativa nel prossimo futuro di Giulio Cavalli, scrittore lodigiano classe 1977 - già autore teatrale e attore, giornalista ed editorialista, ma anche politico, eletto come consigliere regionale - che sabato sera si è imposto nel panorama nazionale della narrativa contemporanea con il secondo posto ottenuto al Premio Campiello con il suo “Carnaio”, edito da Fandango Libri.

“Carnaio”, come spiega Cavalli, «nasce da un’immagine, frutto di una conversazione con un pescatore in Sicilia, dove mi trovavo per un reportage sull’immigrazione. Mi spiegava come spesso capiti ai pescatori di recuperare cadaveri in mare e di come, per evitare di avviare l’iter giudiziario, li ributtino in acqua, promettendo in cambio tutto l’impegno possibile per salvare i vivi. Mi disse che i corpi sono come lessi dal tempo passato in mare: usò un termine culinario che, declinato alla vita umana, mi fece molto pensare a come il cannibalismo messo in atto nei confronti di altre morti inizi proprio nel riconoscerle come altro da noi. Non è un libro sull’immigrazione: è un libro sull’etica di una comunità che si sposta ogni giorno un metro più in là, in un scivolamento verso il basso che conduce all’orrore».

L’opinione dell’autore lodigiano è che «la letteratura non sia un editoriale politico lungo, ma che debba seminare dubbi. Se quel che accade oggi in Italia è questo, devono dirlo i lettori. Il premio Campiello ha portato il libro in ambienti anche molto diversi, per sensibilità, sul tema dell’immigrazione e la soddisfazione più grande è stata riuscire a uscire dall’agone politico e portare la discussione su un gradino più alto, con visioni diverse che si ritrovano però in valori comuni sui diritti».

Senza dubbio, l’exploit al Campiello ha rafforzato ancor di più il feeling tra il poliedrico autore lodigiano e la letteratura: «Tra il teatro, il giornalismo e la narrativa, quello che ho sentito più congeniale negli ultimi anni è certamente la narrativa. E “Carnaio”, tra i miei romanzi, è quello che mi ha lasciato più libertà, nella scrittura e nella costruzione della storia ed è il mio primo libro da scrittore puro, dato che “Mio padre in una scatola da scarpe” (Rizzoli, 2015) è segnato dalla matrice a fuoco della criminalità organizzata e dell’antimafia, mentre “Santamamma” (Fandango Libri, 2017) è molto personale e autobiografico. Ed è ovvio che il Campiello, ma anche il premio Napoli e il Festival del Viaggiatore di Asolo, sono attestati di stima per il mio lavoro e mi danno molta soddisfazione. Il Campiello ha messo al centro l’attività di scrittore, come principale e prioritaria. Ho voglia di raccontare storie in cui io ci sia il meno possibile. E la letteratura me lo permette». Al prossimo libro, allora.

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