Talvolta ritornano... un tuffo nel mistero

Talvolta ritornano... un tuffo nel mistero

Inizia oggi la pubblicazione integrale dei racconti degli autori della scuderia di Segretissimo (Mondadori). Sabato 20 la seconda puntata

Secondo Signoroni

- È sicuro che non ci siamo mai incontrati?

– Credo proprio di no, signor procuratore.

Gli sguardi s’incrociarono, poi la stretta di mano suggellò la reciproca stima.

– Complimenti per come ha gestito il servizio di scorta. La mia signora e l’intero staff ringraziano lei e i suoi superiori.

L’aereo era atterrato sotto la pioggia battente e da oltre le vetrate gli agenti della sicurezza attendevano il mio cenno che autorizzava l’apertura delle porte e il deflusso della delegazione verso le vetture di rappresentanza. Giudici e procuratori erano giunti da tutti gli Stati dell’Unione per il summit antiterrorismo che aveva catapultato Milano in un clima da stato d’assedio, con la gente sottoposta a percorsi obbligati, le piazze blindate, i luoghi pubblici presidiati e il Palazzo di giustizia trasformato in un bunker. Adesso era finita e tutto era andato per il meglio. Il responsabile della missione, il fiammingo Kurt Roulx, Procuratore-capo presso la Corte internazionale dell’Aja, non aveva esagerato quando si era congratulato per come era stata garantita la sicurezza dei congressisti senza invadere le loro sfere private.

Mi sentii onorato quando anche la moglie, bionda e affascinante, elegantissima nel completo di Yves St. Laurent, mi tese la mano affusolata in un gesto di squisita cortesia. La mia mente volò altrove, perché un attimo prima avevo mentito a suo marito. Kurt Roulx io l’avevo incontrato quand’era il più giovane sostituto in servizio presso il Tribunale dell’Aja, ambizioso e capace procuratore d’assalto incaricato di chiudere in gabbia le belve che negli anni ‘90 avevano insanguinato i Balcani. Era avvenuto quando ancora operavo per lo scomparso SISMI, addetto al collegamento fra le neo-costituite autorità kosovare e l’intelligence KFOR, impegnate a reprimere i focolai di ribellione che cominciavano a manifestarsi nei territori appena sgomberati dalle colonne corazzate serbe. Dieci anni di guerra civile avevano lasciato il segno in una terra dove la memoria della crudeltà e dell’odio era un obbligo, quasi un dovere, che i giovani apprendevano dagli anziani. Vi ero rimasto per un anno, ma mi era bastato. Se gli albanesi dell’UCK bruciavano le chiese ortodosse, sparavano ai monaci e davano la caccia ai reduci che avevano militato nelle bande di tagliagole, gli scampati di queste ultime non si comportavano in maniera diversa. Le notti, nelle periferie di Pristina e di Pec, erano costellate di roghi e lungo i corsi d’acqua galleggiavano cadaveri gonfi. Responsabile degli attacchi più feroci e sanguinari era Radko Gaidish, sputato dai ranghi della tifoseria della Stella Rossa, primo attore fra le Tigri di Arkan, arrestato dopo i massacri di Srebrenica e di Tuzla, condannato all’ergastolo per stupri, omicidi e violenze d’ogni sorta e fatto evadere da ex-membri della polizia politica di Milosevic, per essere riciclato fra i disperati che nel Kosovo combattevano le decisioni internazionali. Kurt Roulx era giunto per dargli la caccia. Gaidish faceva quattrini anche con le razzie nei villaggi isolati, con lo spaccio di eroina fornita dalla mafia russa, con le rapine alle rare banche che avevano riaperto gli sportelli, con le ragazze che morivano di fame e non facevano domande su come sopravvivere. Mi occupavo anch’io delle sue imprese e avevo scoperto che si trascinava dietro una ragazzina di 17 anni prelevata con la violenza da un collegio per orfane, sua proprietà personale, tanto da marchiarla sul dorso della mano destra con le quattro C della croce dei cetnici. Le forze internazionali gli stavano col fiato sul collo e non lo mollavano, ma anche con le forze ridotte al lumicino, Gaidish continuava a fare paura. Scappava e colpiva nel mucchio con attentati, sanguinose rapine, autobombe, sparatorie contro i depositi KFOR e assassini di leader politici. Ma Kurt Roulx lo braccava senza tregua, e io con lui. Finché, una notte, Roulx mi telefonò. Una fonte confidenziale gli aveva rivelato il nascondiglio del gran bastardo: un appartamento popolare alla periferia di Mitrovica, roccaforte della resistenza serba in un mare albanese. Con l’unità al mio comando feci la mia parte: verifiche, appostamenti, controlli sulle linee telefoniche, metri su metri di filmati da studiare. Alla fine conoscevo ogni particolare di quel palazzo, dalle famiglie che l’abitavano, ai possibili complici, alla planimetria dell’appartamento dove Gaidish viveva con la sua schiava marchiata a fuoco, le sue armi e i suoi esplosivi. Esclusi subito l’irruzione, a favore d’un arresto da effettuare in strada. E la solita fonte confidenziale informò Kurt Roulx che il terrorista si sarebbe fatto vivo al tramonto del giorno dopo. Era in programma un attentato ai depositi di benzina di Vucitrn. Ricordo che quella notte non chiusi occhio e per ore ripassai le istruzioni che i commando del GIS avrebbero seguito alla lettera, a costo di rimetterci la pelle.

Per fortuna andò tutto bene. Il fuoristrada, sicuro d’operare in una zona franca, arrivò e imbarcò il bersaglio, un attimo prima d’essere bloccato dalla Volvo con alla guida i finti miliziani dell’UCK, che balzarono a terra e frantumarono i finestrini con i calci delle pistole. Il furgone con a bordo gli uomini del GIS chiuse l’eventuale via di fuga. I due terroristi al volante alzarono le mani. Gaidish, la canna di un H&K-MP5 sotto il naso, li imitò col sorriso sprezzante di sempre e continuò a sogghignare anche a bordo dell’elicottero che lo trasportava a Pristina, dove lo attendeva il Falcon del SISMI che lo avrebbe consegnato alla polizia olandese, a disposizione del Tribunale internazionale. Sorrise anche a Kurt Roulx, che lo aspettava ai piedi della scaletta, prima di sputargli sulle scarpe. Quella fu l’unica volta che incontrai il magistrato e che scambiai due parole con lui. Seppi in seguito che per Radko Gaidish aveva ottenuto l’ergastolo, una pena troppo dura per un esaltato preda della propria follia omicida, tanto è vero che preferì sfondarsi il cranio sbattendolo contro il muro della cella. Per anni mi rimase però il dubbio su chi fosse la sua fonte confidenziale, dubbio che risolsi quando la moglie bionda, ormai non più giovane ma sempre bellissima e piena di fascino, ritirò la mano diafana: il dorso, anche se trattato dalla chirurgia plastica, tratteneva ancora le stigmate della croce dei cetnici.

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