Il viaggio nel cuore dell’Africa alla (ri)scoperta delle radici
Omar Sy e Lionel Louis Basse ne “Il viaggio di Yao”

Il viaggio nel cuore dell’Africa alla (ri)scoperta delle radici

Il film di Philippe Godeau con protagonista Omar Sy

Gli occhiali di casa. Recita un adagio caro ai viaggiatori esperti che «non bisogna dimenticare di farsi fare nuovi occhiali nei paesi visitati, per non fare cattive osservazioni». E questo ha più senso che mai in Africa.

Una regola che mostrano di conoscere Philippe Godeau e Omar Sy che insieme hanno dato vita al non facile Il viaggio di Yao: uno regista e l’altro interprete (ma entrambi produttori) hanno costruito sull’attore di Quasi amici un road movie sincero, imperfetto e affascinante, che attraversa le strade e i sentieri del Senegal per parlare di radici e di senso di appartenenza. Andiamo con ordine, separando finzione e autobiografia. Yao è un ragazzo che ama le letture e l’avventura e sogna di incontrare il suo eroe – Seydou Tell, un attore francese tornato nel paese di origine per partecipare a un festival. Il viaggio di Yao sono quei quattrocento chilometri che il ragazzo percorre per raggiungere Dakar partendo dal suo villaggio per incontrare il suo mito e strappargli un autografo sul libro custodito come un tesoro. Il viaggio (di formazione) del film è invece quello che lo spettatore compie con Seydou alla scoperta delle sue origini, nel paese natale dimenticato che potrà essere riconquistato solo a patto di indossare “nuovi occhiali”.

Omar Sy e Lionel Louis Basse

Il film, si diceva, è tagliato come un abito di sartoria su Omar Sy, attore amatissimo in Francia, figlio di immigrati, che mischia finzione e autobiografia nella costruzione del suo personaggio, un nero-bianco come lo apostrofa il suo giovane compagno di avventura, che si trova senza difese nella scoperta delle proprie radici. Il viaggio, il senso del film, sta infine nella scoperta di un senso del tempo differente a cui Seydou arriverà con fatica al termine del suo percorso, assieme a chi sta davanti allo schermo “costretto” dagli autori a sperimentare un ritmo che allunga i tempi in maniera non convenzionale, per addentrarsi nel Paese e nel suo tempo «che arriva lentamente dal deserto, senza fretta perché trasporta l’eternità». Il viaggio - ancora - sta nella promessa che il protagonista fa a se stesso, quasi senza dichiararla, di ritornare in quei luoghi d’origine con suo figlio che questa volta è rimasto a Parigi, a casa della madre, “prigioniero” dei dissidi non risolti tra i genitori.

Spesso ironico, mai ammiccante, Il viaggio di Yao ha il pregio di non cercare scorciatoie lungo il suo percorso: non vuole ingannare con panorami fantastici o con una “cartolina dal deserto” con cui sarebbe facile conquistare lo spettatore. Allergico alla scena madre, quasi scarno in alcuni passaggi che declinati diversamente avrebbero rappresentato un rischio altissimo, il film gestisce i diversi momenti e i personaggi incontrati lungo la strada scegliendo - al bivio - quasi sempre la svolta meno convenzionale.

Cercando la via più complessa si avvicina il più possibile allo colori e ai rumori del Paese che attraversa, riflessi negli occhi dei due protagonisti. Omar Sy, indispensabile con la sua presenza, con la recitazione fisica e il sorriso che hanno conquistato in Quasi amici. E il suo giovane compagno di strada Lionel Louis Basse “aspirante scrittore” che dispensa saggezza e semplicità e sogna di riscrivere Harry Potter perché ha già capito che «una scuola di stregoni in Africa farebbe un altro effetto».

Lucio D’Auria

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