Il ritratto di un legame tra humour e nostalgia

Il ritratto di un legame tra humour e nostalgia

Il ritorno di Daniel Pennac con “Mio fratello”

Antonino Sidoti

«Lo sguardo medita, le mani proteggono»: in un’istantanea in bianco e nero a chiusura del bel libro Mio fratello di Daniel Pennac c’è tutto il ritratto toccante e amorevole di un fratello e il rapporto di intesa coltivato nel silenzio e nella discrezione. Prima, professore di francese in un liceo parigino, poi romanziere affermato e autore teatrale, oltreché sceneggiatore di fumetti, lo scrittore francese mette a nudo, dopo la morte improvvisa e tragica di Bernard, fratello preferito, dirigente stimato e padre di tre figli, momenti sorridenti e tragici dei suoi rapporti familiari.

Brevi istanti, battute folgoranti e aneddoti fanno rivivere, anche con un humour spietato, i genitori, i quattro fratelli e, soprattutto, il caro fratello, che assomigliava sempre di più a Bartleby, il protagonista di una pièce teatrale, più volte rappresentata al pubblico in forma di monologo e che il fratello stesso tanto amava attribuendogli la capacità di creare “entropia”. Il testo teatrale e la morte del fratello si sovrappongono tanto che Daniel, trovando sempre più somiglianze, si convince che Bernard sia come lo scrivano. Nel libro, un notaio sgomento racconta di un uomo, Bartleby, che, impiegato nel suo ufficio, rifiuta inspiegabilmente qualsiasi relazione con gli altri ed è passivo a ogni sollecitazione a compiere le azioni più semplici che gli spettano; a ogni richiesta di lavoro risponde «preferirei di no» (in inglese «I would prefer not to»).

Una storia rivoluzionaria dalla trama esile, che solleva vari interrogativi negli spettatori sollecitando tante ipotesi. Al centro, la figura enigmatica di un uomo: bulimico o schizofrenico oppure anche emblema di una rivolta radicale vicino ad eroi letterari come Oblomov, Bardamu e Meursault. Lo stesso Hermann Melville, da cui è tratto lo spettacolo, ebbe come modello non solo un amico della giovinezza, ma anche Nemo di Dickens, copista in Casa desolata, e Adolfus Fitzherbert, praticante in Storie del notaio di Maitland.

Recitare con un fratello assente, come se fosse tra il pubblico ad applaudire e come se gli restituisse il biscotto allo zenzero, un Bartleby, che un giorno gli aveva offerto, placa il dolore della mancanza: ecco perché lo scrittore si è attribuito la parte del notaio, che «quasi ammattiva per colpa dello scrivano».

Le pagine dello spettacolo su Bartleby si alternano a quelle dei ricordi, pieni di nostalgia e mai indulgenti al sentimentalismo, per sottolineare l’affinità tra i due personaggi, fragili e solitari, indifesi, misteriosi e inafferrabili. «Non so niente di mio fratello …sento la sua mancanza ma non so chi ho perso … so però che ho perso quel po’ di tenerezza che c’era ancora al mondo.» Un omaggio di struggente affetto e di perduta complicità in cui Bernard rimane a tratti impenetrabile e dove solo Bartleby si offre per riempire il vuoto di una dolorosa mancanza.

Daniel Pennac
Mio fratello
Feltrinelli, Milano 2018, pp. 121, € 14

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