La paranza dei nuovi padrini: la (mala)educazione criminale
Francesco Di Napoli e Pasquale Marotta ne“La paranza dei bambini”

La paranza dei nuovi boss: la (mala)educazione criminale

In sala il film di Claudio Giovannesi presentato in concorso al festival di Berlino

La paranza cattura i pesci più piccoli, quelli non ancora adulti che di notte - abbagliati dalle luci dei pescherecci - finiscono nelle reti a strascico. Come accade ai protagonisti-bambini del romanzo di Roberto Saviano che ora è diventato un film, con la regia di Claudio Giovannesi (appena applaudito al festival di Berlino dove è stato presentato in concorso). La paranza, nel gergo di camorra, è anche sinonimo di gruppo di fuoco e La paranza dei bambini, mantenendo lo stesso titolo del libro a cui è ispirato, racconta l’ascesa dei nuovi gruppi criminali che a Napoli stanno riscrivendo la geografia (e l’anagrafe) dei clan di camorra. Non un ”romanzo criminale” di strada, piuttosto una (mala)educazione criminale che narra ascesa e rapida caduta all’inferno di questi gruppi composti da giovanissimi, che diventano boss a 15 anni.

“La paranza dei bambini”

Saviano ne ha fatto un mantra: raccontare le gesta dei clan, in particolare dei giovani ”soldati”, non significa mitizzarli. Lui li racconta per mostrare la miseria, la vita segnata da ”carriere” che bruciano in fretta. «Non era meglio se facevi il calciatore?» chiede a un certo punto il vecchio boss al giovane che gli si presenta davanti chiedendogli l’investitura. Nelle strade (e nelle pagine e in questo film) si muore giovani senza nemmeno diventare eroi com’era nei poemi. Non c’è l’epica del giovane gangster in questo racconto, non c’è nemmeno il destino ineluttabile della tragedia. C’è piuttosto - e soprattutto - la disperazione di figure destinate alla sconfitta, raccontata con una chiarezza che di rado si vede. Scritto con lo stesso Saviano e con Maurizio Braucci che aveva sceneggiato Gomorra e il bellissimo L’intervallo di Leonardo Di Costanzo - e non è un caso che anche in quel film i protagonisti erano due adolescenti, come in Fiore e in Alì ha gli occhi azzurri, i titoli precedenti diretti da Giovannesi - La paranza dei bambini conferma le (molte) doti del suo regista, capace di raccontare come pochi altri i ragazzi e questa età di mezzo, cogliendo le sfumature dentro le ombre, avvicinandosi senza un giudizio precostituito bensì con una predisposizione all’osservazione e un grande rispetto.

In questo film il regista misura le emozioni e la tensione, dirige magnificamente gli attori giovanissimi e gestisce bene i diversi momenti del racconto. Che rimane dominante - sempre e comunque - sull’azione pura. Sugli spari, sui raid, sui riti pagani. Giovannesi predilige un’altra distanza, anche se ”accorcia” sempre più sui suoi protagonisti, fino a far coincidere la sua macchina da presa con lo sguardo dei protagonisti-bambini.

Usa gli spazi e la luce, filma la città - Napoli - con il filtro dei quartieri. E la rende viva anche se nel suo obiettivo non entrano mai le immagini “convenzionali” che cinema e televisione ci hanno consegnato della città. A bordo degli scooter il regista si muove tra la Sanità e i Quartieri Spagnoli, nel dedalo dei vicoli, e il mare lo fa solo immaginare ai ragazzi e al pubblico. Poi fa la cosa più difficile: si rende autonomo rispetto al romanzo e disinnesca il “pericolo-emulazione” portando il film dietro i cancelli che proteggono le case, nelle strade dove suonano brutte canzoni neomelodiche e in cui si avventurano questi criminali-bambini, destinati a finire in quella rete a strascico che qualcuno ha già gettato

Lucio D’Auria

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