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Giulio Cavalli contro la “resilienza”, perché è sbagliato «abituarsi a tutto»
L’attore e scrittore Giulio Cavalli, a sinistra, intervistato da Cancellato

Giulio Cavalli contro la “resilienza”, perché è sbagliato «abituarsi a tutto»

L’attore e scrittore ha presentato domenica a Lodi “Carnaio”, un libro che parla non senza una vena di brutalità di corpi che arrivano dal mare

“Carnaio” nasce a Lampedusa, quando il governo gialloverde era ancora lontano, ma da Lampedusa si apre verso una realtà distopica in cui la città costiera di DF, immaginaria ma non troppo, diventa prototipo di un mondo sovranista in cui esiste solo il pensiero unico e chi non lo condivide è un nemico della patria. Esiste un solo pensiero unico ed è un pensiero che toglie qualsiasi umanità a un nugolo di cadaveri portati dal mare, trasformandoli in “rifiuti da riciclare, da riutilizzare, magari come combustibile, magari come pellame, magari come cibo”. Questo l’inquietante esordio dell’autore Giulio Cavalli domenica pomeriggio a Lodi, dove (al Caffé delle Arti) ha presentato il suo ultimo romanzo, insieme a Francesco Cancellato.

La copertina del libro di Giulio Cavalli

Quest’ultimo ha proposto diverse chiavi di lettura per il testo che, in una estrema astrazione, può diventare il racconto di una società che non è in grado di affrontare i problemi della contemporaneità. I problemi, nel caso di DF, sono corpi, corpi di persone che arrivano dal mare, corpi di cui ci si deve disfare, corpi che non sono più persone, ma oggetti. «Quando riesci a svuotare questi corpi di qualsiasi caratteristica umana, diventano disponibili a qualsiasi visione e perversione» ha detto Cavalli, spiegando che il suo libro è un tentativo di affermare che «quando cade ogni mattone di un muro etico, ci vogliono anni a ricostruirlo». È seguendo questo percorso che l’attore e scrittore lodigiano si scaglia contro la “resilienza”: «Sembra una bella parola, ma in realtà descrive il fatto che prima o poi ci abituiamo a tutto, anche alle prigioni libiche, dove genitori crescono i propri figli in mezzo alle feci».

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