La parabola “semplice” di Lazzaro: un cinema che va dritto al cuore
“Lazzaro felice”

La parabola “semplice” di Lazzaro: un cinema che va dritto al cuore

In sala il film di Alice Rohrwacher che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes

Lazzaro è un puro, giovane ma quasi senza età, un Candido che vive con la sua famiglia allargata nella masseria dell’Inviolata, di proprietà della marchesa Alfonsina de Luna. Raccoglie il tabacco in un mondo sospeso, povero ma quasi fatato, in realtà è ridotto praticamente in schiavitù dalla nobildonna che tiene i suoi lavoranti sotto il giogo di una mezzadria che non concede alcun diritto ma impone solo obblighi. Lazzaro lavora duro, è amico di tutti, anche di Tancredi il figlio viziato della marchesa che però un giorno sparirà nel nulla, finendo per mandare in frantumi l’equilibrio di tutta la comunità, il “grande inganno” che fino a quel momento aveva tenuto insieme tutto quanto: uomini, donne e cose, nel tempo sospeso dell’Inviolata.

Adriano Tardiolo in “Lazzaro felice”

È un cinema complesso quello di Alice Rohrwacher a dispetto della semplicità che sembra essere il denominatore comune del suo mondo. Lazzaro felice - premiato per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Cannes (ex aequo con Jafar Panahi per “Trois Visages”) - sfida i diktat del cinema commerciale e si colloca coraggiosamente “fuori dal tempo”, in 4/3, ostinato e ricco di sfumature da decifrare, per raccontare una parabola sull’amicizia, la disuguaglianza, il potere, la nobiltà - d’animo e decaduta - il tempo passato e quello presente, il lavoro e lo sfruttamento.

Un cinema complesso e coraggioso per come declina i temi (importanti) che affronta con un tocco lieve, poetico, attraverso la lente di un realismo magico che al cinema rappresenta un’autentica sfida. Lieve e leggero è Lazzaro, animo puro che attraversa gli anni guardando le cose e le persone senza giudicarle, anche quando il male sembra apparirgli così chiaramente davanti. Un «santo laico» come lo ha definito la stessa regista, costantemente dalla parte degli ultimi, in qualunque tempo. È attraverso la sua figura che il cinema della regista da poetico si fa politico, un ritratto del nostro mondo, dell’Italia dei nostri giorni, implacabile quando la realtà buca la favola.

Lazzaro felice ha un equilibrio raro, anche quando corre il rischio di deragliare. Il cinema di Alice Rohrwacher fa pensare a Ermanno Olmi (forse il primo tra altri riferimenti ma non l’unico), è spirituale, sospeso ma al tempo stesso concreto e attualissimo, capace di parlare attraverso piccoli suoni leggeri come un soffio di vento ma al tempo stesso tagliente e diretto. Paradossalmente legato all’oggi, anche se sospeso tra un passato e un presente indeterminati. È attualissima la metafora della comunità dell’Inviolata, in cui vive inconsapevole la grande famiglia allargata di Lazzaro, che poi ritroveremo ancora tra gli ultimi della terra, anche quando “il grande inganno” sarà svelato, quando la civiltà e il tempo moderno saranno arrivati a salvare i protagonisti, destinandoli però a una nuova prigionia in fondo alla scala sociale.

Lucio D’Auria

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