Uomini e lupi nella frontiera “congelata” di Wind River
Elizabeth Olsen e Jeremy Renner ne “I segreti di Wind River”

Uomini e lupi nella frontiera “congelata” di Wind River

L’esordio alla regia di Taylor Sheridan

Una frontiera bianca che non assomiglia in niente a quel “mondo perfetto” immaginato in un tema di scuola. Una terra avvolta dalla neve, avvolta in un silenzio bianco, in cui fanno ancora più rumore i colpi di fucile, quando arrivano. Ci vivono uomini e lupi, i protagonisti de I segreti di Wind River, western “moderno” diretto da Taylor Sheridan, al suo primo film da regista, dopo le sceneggiature di Sicario e del bellissimo Hell or High Water. Meglio citarli subito questi due film (il secondo è possibile recuperarlo su Netflix) perché compongono con questo una sorta di trilogia della frontiera che a Wind River trova in qualche modo il punto di approdo. In una terra congelata, siamo nelle riserve indiane del Wyoming, dove arriva una giovane agente dell’Fbi per indagare sulla morte di una ragazza, trovata da un cacciatore che va in cerca di predatori. Animali che minacciano greggi di agnelli.

La tensione congelata dal bianco che avvolge tutto quanto, un riflesso abbacinante che attutisce i suoni ma non il dolore e l’effetto di ciò che vediamo. Un bianco su cui risalta ancora di più il rosso quando la violenza primordiale si scatena. Taylor Sheridan mostra tutto e subito ciò che si deve sapere, non nasconde troppi elementi e il “mistero” non è certo la parte centrale del suo film. La sua è una scrittura essenziale, scarna, che si riflette nell’ambiente e cresce nel racconto. Si può dire che al suo primo film da regista dimostra di avere già una poetica personale definita: può apparire paradossale ma non lo è se da questo film si tira una linea alle due opere citate. Sorprende in positivo per la regia (per cui ha preso il premio al Certain Regard a Cannes), ma soprattutto per come gestisce i tempi quando a sorpresa svela in flashback la soluzione del “caso”, concentrando così da quel punto in avanti l’attenzione su tutto il resto. Su quella traccia di racconto che era solo apparentemente secondaria, sui lupi e sui cacciatori e sulla terra ostile che li ospita.

Parlando di giustizia spiccia e del desiderio di vendetta, delle regole primordiali che regolano la sopravvivenza su questa linea di frontiera. Che è senza spazio e diventa senza tempo. Potrebbe essere oggi, ieri o chissà quando.

Una terra in cui non è il caso, non è la fortuna a stabilire chi viene ucciso e chi deve vivere: «i lupi non ammazzano cervi sfortunati». Ma in cui non si può misurare la volontà di sopravvivenza (o si può farlo contando i passi nella neve quando ormai è troppo tardi). Una terra in cui le giovani donne scompaiono (il film è ispirato a fatti realmente accaduti) e in cui comandano le leggi della natura. Vendetta, riconciliazione: i protagonisti cercano risposte, in un frontiera ostile che sembra indifferente alle domande. Un “mondo imperfetto” che lentamente sta perdendo anche le sue radici.

Lucio D’Auria

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