Una seconda vita per capire “l’altra metà della storia”

Una seconda vita per capire “l’altra metà della storia”

Lucio D’Auria

Come in quell’epitaffio immaginario Tony Webster «è uno che non ci è mai arrivato». Uno incapace di vedere ciò che gli è passato davanti agli occhi. Non gli sfuggono le forme, i contorni, le cose, ovviamente. È uno che non sa coglierne il senso, ecco. Lo è stato in gioventù e lo è ora, sessantenne, che si trova a fare i conti con il tempo e con quel passato di cui non ha trovato la chiave.

L’altra metà della storia è la “traduzione” scelta per l’adattamento cinematografico di Il senso di una fine, il bellissimo romanzo di Julian Barnes portato sullo schermo dal regista indiano Ritesh Batra (dietro la macchina da presa di recente anche per Le nostre anime di notte tratto dal romanzo di Kent Haruf). Costruito come una sorta di giallo (dei sentimenti) e avviato come un racconto di formazione il film si discosta presto e naturalmente dal libro di cui pure conserva il rigore e la misura. Tutto inizia quando al citato Tony Webster, pensionato piuttosto grigio e ordinario, viene recapitata una lettera in cui si parla di un lascito in suo favore: pochi soldi e un diario che però nel plico non c’è. Quello che in realtà è contenuto nella busta è un brandello del passato di Tony, la sua vita che è trascorsa sotto i suoi occhi senza che lui quasi l’abbia potuta toccare: la giovinezza con gli amici al college, gli amati filosofi, le ragazze, i lunghi discorsi. Poi i drammi, gli abbandoni. E le scosse di assestamento. Un giallo in cui il “delitto” è la giovinezza perduta…

Il film di Batra si mantiene in equilibrio tra il presente e il passato, camminando sul filo sottilissimo delle emozioni e dei ricordi. I ricordi appunto, quelli che nel romanzo di Barnes (vincitore nel 2011 del Man Booker Prize, il più importante premio letterario inglese) dimostrano la loro fragilità, la loro inaffidabilità perfino. Il tono della storia non è mai malinconico e forse questo è il pregio principale del racconto che anche sullo schermo si percepisce. Ciò che interessa è “il senso” appunto, che emerge piano nelle pagine e che nel film arriva mano a mano che si procede verso il finale. Come detto la costruzione è quasi da thriller anche se il colpo di scena vero sarà tutto interiore, tutto nella scoperta che il protagonista farà rimettendo al proprio posto i pezzi del puzzle della sua esistenza.

L’altra metà della storia è un film sul tempo e sulla memoria, sulla colpa e sulla redenzione. Come faceva il romanzo solleva di continuo delle domande a cui poi non vuol dare risposte, per mettere lo spettatore nella stessa (precaria) posizione del protagonista. Batra dirige in maniera molto classica, potendo contare sulla potenza della storia e degli interpreti (anche se le sue scelte sembrano meno convenzionali rispetto a quelle fatte per l’adattamento del romanzo di Kent Haruf). Taglia e lascia in sospeso, senza spiegare troppo, puntando spesso sui silenzi. Alla fine non contano le risposte - anche se l’incertezza lasciata nella risoluzione del “caso” può spiazzare - ma contano le domande, quel “senso delle cose” che persino Tony dopo tutto questo interrogarsi sembra finalmente in grado di cogliere. «Quell’accumulo, di fatti, di avvenimenti», per arrivare a capire. Cosa? Ad esempio «che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che abbiamo raccontato. Tagliando, accorciando. Aggiustando». E che forse c’è ancora tempo per farci i conti.

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