I giorni dell’emergenza e i diritti “sospesi”
Foto di gruppo dalla scuola elementare e dell’infanzia Don Gnocchi di Lodi (archivio)

I giorni dell’emergenza e i diritti “sospesi”

L’editoriale del direttore del «Cittadino» Lorenzo Rinaldi

Lorenzo Rinaldi

Lodi

Nel pieno dell’emergenza Covid-19 l’Unicef ha pubblicato un decalogo con consigli utili su come spiegare ai bambini quanto stava accadendo. I piccoli in età 3-6 anni, dicevano gli esperti, capiscono molto più di quanto noi adulti siamo portati a credere e assorbono come spugne le paure e le tensioni che il virus ha originato nelle famiglie. Parlare con loro e tranquillizzarli era dunque una delle indicazioni fornite, con l’obiettivo di far comprendere ai più piccoli che tutti stiamo attraversando una condizione fuori dall’ordinario.

E d’altra parte quanto successo da fine febbraio a oggi ha colpito duramente anche loro. Per certi aspetti molto più violentemente degli adulti. Anche se non tutti sembrano essersene accorti, anche tra quanti ricoprono cariche pubbliche. Proviamo allora a fare qualche esempio, allargando la fascia di età e includendo i bambini della scuola primaria e i ragazzini della secondaria di prima grado (le vecchie scuole medie).

I nostri figli e nipoti si sono trovati da un giorno all’altro, senza preavviso alcuno, la vita stravolta. Brusca interruzione delle lezioni, divieto di uscire di casa, contatti limitati al minimo, fine di tutte le attività extrascolastiche. Se consideriamo che la scuola non serve solamente a fornire nozioni ma anche - soprattutto la scuola dell’infanzia e la primaria - a favorire la socializzazione, capiamo bene quale impatto abbia avuto la totale sospensione delle attività. E la scuola, è bene ricordarlo, è un diritto prima ancora che un dovere.

Si dirà che la didattica online ha supplito alla chiusura delle aule. Verità solo parziale. In primo luogo perché impossibile da applicare ai bambini della scuola dell’infanzia. In secondo luogo perché laddove introdotta (dunque dalla scuola primaria in su) ha evidenziato problemi. Non tutti i bambini infatti hanno uguale accesso alla connessione Internet e agli strumenti tecnologici, dunque computer e tablet. La didattica a distanza ha ampliato le differenze economiche, proprio quello che la scuola dovrebbe evitare. Così come ha penalizzato maggiormente gli scolari in condizione di fragilità e che normalmente erano seguiti da docenti di sostegno e assistenti ad personam. Certamente si è agito in emergenza, ma questa non può essere una scusante.

La chiusura delle scuole ha infine scaricato sulle famiglie ogni tipo di responsabilità. E la ripartenza delle attività ha ingigantito il problema, perché non sono state messe in campo alternative valide e tempestive. I genitori tornano a lavorare, ma i figli con chi stanno? Con i nonni? Cioè con quelle persone a più alto rischio contagio.

Poco o nulla, spiace dirlo, è stato fatto per i bambini e le famiglie in questi tre mesi di emergenza. Non lo ha fatto il legislatore, non lo ha fatto il governo - che pure in altri stati europei ha dato indicazioni chiare - non si sono viste molte iniziative apprezzabili nemmeno a livello locale.

Confidiamo in maggior chiarezza in vista di settembre. Innanzitutto da parte dell’esecutivo, le cui decisioni poi dovranno essere applicate dai sindaci. Ogni ulteriore tentennamento significherà peggiorare la situazione e continuare a calpestare i diritti dei più piccoli. Un comportamento ottuso e miope, perché questi bambini sono il nostro futuro.

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