«Visto quanto successo in Cina qui bisognava chiudere prima»
Il professore di anestesiologia e rianimazione dell’università di Genova Paolo Pelosi

L’INTERVISTA «Gli ammalati arrivano in ospedale troppo tardi, bisognava chiudere prima»

Paolo Pelosi è uno dei luminari della terapia intensiva in Italia

Cristina Vercellone

«Si sono dimenticati i principi base della medicina. Gli ammalati arrivano in ospedale troppo tardi, l’Europa andava chiusa prima, vista l’esperienza della Cina. E poi il coronavirus è terribilmente insidioso».

Paolo Pelosi, professore di anestesiologia e rianimazione all’Università di Genova è uno dei luminari nel campo, a livello internazionale.

Professore, perché ci sono stati così tanti decessi? «Perché questo virus è altamente contagioso. Non è un virus dell’influenza classica che ha una bassa contagiosità; questo arriva fino agli alveoli dei polmoni, penetra nelle vie aeree più profonde e causa una patologia sistemica». Cosa vuol dire patologia sistemica? «Causa alterazioni vascolari, tromboembolie, microtrombosi, profonde alterazioni del cuore. Si vedono infarti che non sono causati da occlusioni coronariche. Chi aveva malattie renali pregresse ha maggiori rischi di incorrere in insufficienze renali gravi e causa problemi anche al sistema nervoso. Al San Martino abbiamo istituito un’area per il monitoraggio dei pazienti dimessi dalla terapia intensiva, prima del trasferimento in reparto. È un virus molto insidioso, è un killer prima e dopo. Quando i malati vengono stubati, tu sei contento, loro anche, sembra che stiano bene, poi analizzi il polmone e scopri che ha una fibrosi. Non dobbiamo mai abbassare la guardia». Si arriva troppo tardi in ospedale? «Serve una organizzazione sul territorio. Questi malati devono essere guardati attentamente, non possono stare a casa ad aspettare, deve esserci una strategia. Quando vengono in ospedale ci sono quelli che peggiorano, quindi vengono sottoposti alla ventilazione non invasiva o alla cpap. Alcuni migliorano e altri no. Bisogna capire quanto tempo devono stare con l’ossigeno. Essere molto aggressivi con l’intubazione non va bene, ma neanche ritardarla. Abbiamo un gruppo di rianimatori che pattuglia ed effettua un monitoraggio molto stretto». Cosa vuol dire intubare? «Non è solo attaccare un tubo e un ventilatore. La terapia intensiva è un posto dove sono collocati i malati ad alta criticità. Si fanno ecografie, angiotac, angiografie, si studia se il polmone è più o meno alterato. Il malato va trattato individualmente e su base fisiopatologica. Stiamo parlando di malati complessi, non si risolve la malattia con un tubo e un respiratore. Abbiamo capito che la malattia è diversa da paziente a paziente. Bisogna uscire dallo stereotipo tubo più ventilatore e strategia uguale per tutti. Abbiamo dimenticato i principi base della medicina. Bisogna cambiare l’approccio mentale alla malattia». Siamo vicini alla fine dell’epidemia? «Il futuro sarà complesso, non possiamo pensare, a giugno, di andare tutti in spiaggia. L’isolamento sociale deve perdurare perché non c’è un vaccino, se vogliamo ottenere buoni risultati. Questa malattia non si vince dentro gli ospedali, ma fuori. La fase di uscita sarà molto pericolosa, perché si rischia di riaccendere il pagliaio». Che errori abbiamo fatto? «Abbiamo preso il primo cazzotto e siamo andati avanti a prendere anche il secondo, il terzo e il quarto. Visto il caso Cina, l’Europa doveva chiudere tutto prima».

I tamponi vanno fatti?

«Bisogna associare il tampone al test sierologico».

Il tampone ha dei falsi negativi.

«In terapia intensiva facciamo i prelievi a livello alveolare e lì scopriamo che se il tampone superficiale è negativo, quello profondo è positivo. Quindi dopo il secondo tampone negativo, ci vuole comunque un po’ di cautela. Bisognerebbe aspettare altri 15 giorni. Io avevo proposto una specie di exit poll alla popolazione: tamponi a campione sulle diverse face d’età, per avere un’idea del contagio».

Che messaggio vuole lanciare? «Porre attenzione al mondo dei no covid. Io li chiamo i malati dimenticati. Più nessuno ne parla. I traumi sono diminuiti perché nessuno esce di casa, ma ci sono gli infarti, le occlusioni intestinali, i tumori. Sembra che nessuno ne parli più Tutti hanno chiuso le chirurgie, stiamo ritardando i trattamenti delle altre patologie».

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