L’ex carabiniere intubato e guarito «Non mollate»
Massimo Cappi, 59 anni

Il carabiniere intubato e guarito: «Non mollate, chiamate subito il medico»

Il 59enne Massimo Cappi è stato in servizio a Lodi e Casalpusterlengo

Cristina Vercellone

«Non aspettate che i sintomi peggiorino. Quando avete la febbre, chiamate subito il medico, più si aspetta, peggio è». A dirlo è il maresciallo di Casale Massimo Cappi, carabiniere a Lodi, in pensione dal 2015, dimesso ieri dall’ospedale Sacco di Milano, dopo essere stato per giorni intubato in rianimazione.

«Verso il 18 febbraio ho incominciato ad avvertire dei sintomi - racconta -, avevo 37,2, 37,9 di febbre, un po’ di malavoglia, tosse secca che mi infastidiva mentre parlavo. Sono andato avanti così per 4 o 5 giorni, poi la febbre è salita a 39 gradi. Ho chiamato il numero verde, poi mi hanno richiamato loro due volte, per sapere come stavo, hanno mandato il 112. Mi hanno portato a Lodi e poi sono stato trasferito al Sacco. Sono stato intubato e portato in terapia intensiva per 6 giorni con la cpap, poi in reparto, sempre con l’ossigeno, mi hanno fatto fare riabilitazione, hanno visto che respiravo autonomamente e ieri (lunedì, ndr) sono stato dimesso. Adesso devo fare 14 giorni di quarantena volontaria, a casa». I suoi figli, Luca di 24 anni che vive con lui, e Christel di 30, gli sono stati molto vicini. Hanno pulito e disinfettato tutta la casa.

«Inizialmente non pensavo fosse un virus - racconta -, avevo fatto due impianti dentali e come la volta precedente pensavo che l’influenza fosse legata all’intervento. Quando sono andato in ospedale mi sono ricreduto. Non ho mai avuto timore però perché avevo i miei famigliari, amici, parenti e colleghi che mi stavano vicino. Ero scoraggiato dal fatto di essere in terapia intensiva, avevo perso tutte le forze. Il casco dà fastidio perché senti il rumore assordante dell’ossigeno erogato, che ti asciuga le vie respiratorie. Vorresti bere in continuazione, ma le infermiere sono piene di malati da seguire, corrono senza paus. Quando venivano mi davano la bottiglietta con la cannuccia dai due buchini del casco e mi dissetavo un po’, poi tornavano e facevo lo stesso. Quando hanno iniziato ad alimentarmi normalmente, ho pensato che dovevo riprendermi. Volevo mangiare anche le gambe del tavolo. Mi hanno fatto fare gli esercizi e mi hanno aiutato a guarire. Sia a Lodi che al Sacco gli operatori sono stati fantastici, hanno sempre cercato di darmi il massimo. Sono stato stupito dalla loro umanità. E quando ho riacceso il telefono, avevo 400 messaggi di parenti, amici e colleghi che mi manifestavano la loro solidarietà. Non mollate mai».

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