“Fine vita”, sono 350 i casi di sedazione nel Lodigiano
Nell’immagine dell’agenzia Photo Aid, un momento del cortometraggio “Vita ai giorni” dedicato all’attività delle cure palliative: medici e infermieri curano i sintomi

“Fine vita”, sono 350 i casi di sedazione nel Lodigiano

«È diversa da eutanasia, suicidio assistito e desistenza al trattamento»

Sedazione per non soffrire. Sono 350 all’anno i malati che, nel Lodigiano, vengono sottoposti a questa pratica, meglio definita “sedazione palliativa”. A praticarla sono gli operatori dell’unità di cure palliative dell’Asst guidata da Diego Taveggia. In questi giorni il tema del fine vita è venuto a galla, dopo la morte con sedazione chiesta dall’ex calciatore della Juventus Pietro Anastasi, affetto da sla, e dal portiere 27enne pugliese Giovanni Custodero, malato di sarcoma osseo. A spiegare la differenza tra sedazione ed eutanasia, non chiara a molti, interviene il medico Taveggia. «Noi - spiega quest’ultimo - non parliamo di sedazione terminale, ma palliativa. La filosofia della sedazione, infatti, è la palliazione di un sintomo refrattario ai trattamenti più conservativi».

. Il fine vita è caratterizzato da alcuni sintomi caratteristici, a prescindere dalla malattia. «Parliamo di agitazione o delirio, affanno respiratorio e dolore. Sono questi i sintomi che spingono a mettere in atto la sedazione palliativa, che poi può diventare profonda - annota lo specialista - . La nostra necessità è controllare il sintomo. Se basta un basso dosaggio a togliere i sintomi e lo stato di coscienza permane ok, altrimenti si pratica la sedazione profonda. La proporzionalità è il criterio principe per la sedazione».

. Se l’obiettivo della sedazione è il controllo della refrattarietà del sintomo, quello dell’eutanasia, l’induzione della morte. I farmaci, nella sedazione palliativa sono il miglior controllo del sintomo, nell’eutanasia servono alla rapida induzione della morte. Nella sedazione, il medico ottiene il suo risultato quando ha abolito la percezione del sintomo nel malato, nell’eutanasia il risultato è ottenere la morte del malato.

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