«Guerra di mafia a San Giuliano»: nuovi indagati per Verderame
La morte di Verderame, ucciso 31 anni fa a San Giuliano Milanese davanti a un asilo, torna a fare notizia: la procura della Dda apre una nuova inchiesta

«Guerra di mafia a San Giuliano»: nuovi indagati per Verderame

Il pregiudicato 32enne fu ucciso nel 1988 davanti a un asilo

La guerra di mafia passò anche da San Giuliano Milanese: è l’ipotesi che per la seconda volta porta avanti la direzione distrettuale antimafia di Milano, che ha chiesto il rinvio a giudizio di Antonio Rinzivillo, 61 anni, che sta scontando 30 anni in regime di 41 bis, e di un collaboratore di giustizia, A.P., 62 anni, quali mandante il primo ed esecutore il secondo dell’efferato omicidio con due pistole, 38 e 7.65, di Cristoforo Verderame, che aveva 32 anni il 2 ottobre del 1988, quando fu freddato davanti all’asilo Enrico Fermi di Borgolombardo. Alla fine degli anni ottanta i corleonesi di Totò Riina erano impegnati a difendere a suon di omicidi i loro affari milanesi dalla concorrenza che arrivava dagli espulsi da Cosa Nostra che si riconoscevano nell’associazione criminale a delinquere gelese della Stidda.

Per l’omicidio Verderame in questa nuova inchiesta sono state determinanti le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, E.T. e C.P.. Secondo i quali il presunto esecutore materiale non avrebbe agito da solo, ma con un complice (tuttora ignoto alla giustizia) sarebbe arrivato in via Sesto Gallo a bordo di una Fiat Uno. Verderame provò a fuggire ma fu colpito tre volte al torace e una alla nuca. Una ventina di bambini stavano facendo ricreazione nell’atrio della scuola e videro il 32enne cadere in un lago di sangue, dopo aver sentito una serie di spari via via più vicini.

Nel 2006 il pm Marcello Musso - investito nell’agosto scorso da un’auto mentre era in vacanza in Piemonte -, promosse un primo processo per l’omicidio Verderame e altri cinque delitti di quel periodo. Rinzivillo era già imputato, a fianco di Piddu Madonia e Totò Riina, ma per Verderame non fu dichiarato colpevole. Quel primo processo partì tra l’altro dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, colui che avrebbe premuto il telecomando della strage di Capaci e sciolto nell’acido il figlioletto di un pentito. Ora il pm Stefano Ammendola (in passato impegnato anche in alcuni casi a Lodi) ritiene di aver nuovi elementi per chiudere il caso.

I difensori di Rinzivillo, Flavio Sinatra ed Eliana Zecca, lo hanno incontrato in carcere pochi giorni fa: «Dobbiamo ancora decidere la strategia processuale, se rito ordinario o abbreviato. Il mio assistito ha una prospettiva di detenzione pesantissima e vuole chiudere con quel passato. E non abbiano neppure parlato dell’accusa in sé: prima dobbiamo studiare tutti gli atti. Posso solo osservare che uno dei due pentiti alla base di questa inchiesta bis ha un passato di dichiarazioni controverse».

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