Si ricomincia con la scuola che è un peso per la società

di Corrado Sancilio

Cari politici è ora di smetterla di mettere la scuola in cima ai vostri programmi per poi trovarla in coda alle decisioni che da sempre prendete. È di questi giorni l’allarme dei sindacati che manifestano una preoccupazione più spaventosa di quanto non la giudichino tale al Ministero. L’anno scolastico si apre con il problema delle supplenze che secondo i funzionari del Miur toccheranno il limite delle 140mila unità, mentre secondo i sindacati si andrà anche oltre le 180mila cattedre ancora vacanti da assegnare ai supplenti precari. Questo vuol dire che sin dai primi giorni le scuole si troveranno ad affrontare un problema pesante che, almeno fino ai primi di agosto, sembrava essere stato risolto grazie al Decreto Scuola approvato nel Consiglio dei Ministri del 6 agosto, ma mai pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dunque si avranno consigli di classe ridotti all’osso, docenti di sostegno tirati al lumicino e, per giunta, quasi tutti privi di specializzazione.

Allora, cari politici, come la mettiamo? Diciamo pure la verità.

La scuola per voi non è un problema, è un peso; viene percepita come un fardello ingombrante carico di dubbi e incertezze, esposto allo sguardo di chi la concepisce come una priorità, ma consapevole che non si andrà oltre la punta del proprio naso.

Sono anni che la scuola è alla mercé dei tagli, l’ultimo dei quali riservato all’Alternanza Scuola Lavoro, che è stato giustificato con la convinzione di poter «contribuire a finanziare le altre importanti misure annunciate dal Governo». Dunque un principio da spending review, condiviso dai vari ministri accasati negli ultimi anni in Viale Trastevere, accompagna la nostra scuola. Tagli e solo tagli sono le uniche voci che risuonano nelle stanze del potere nonostante che i preoccupanti dati, provenienti da ogni parte, siano lì a dimostrare i mali della scuola.

Poco importa se siamo penultimi in Europa in fatto di percentuali di giovani laureati con il nostro 26% o con un abbandono degli studi universitari che rasenta il 38%, o che negli ultimi anni solo il 49% dei diplomati si iscrive all’università.

Poco importa se gli insegnanti sono costantemente “gratificati” con appellativi del tipo “relitti del passato” per via dell’età media dei docenti piuttosto vicini alla pensione o con un più soft “cultura morta e deduttivistica” o ancora espressione di una “casta” di crociano-gentiliana memoria, l’importante è poterli spostare a piacimento da sud a nord e viceversa e continuare a pagarli con stipendi da fame.

Poco importa se alla fine del secondo decennio del terzo millennio ci ritroviamo a segnalare edifici scolastici con soffitti che cadono a pezzi mentre certi presidi da “buoni manager”, come amano definirsi, ci tengono a parlare di “customer satisfaction” ovvero di “soddisfazione del cliente”, mutuando dall’azienda il costrutto valutativo mentre si dimentica volutamente che la scuola non è e non potrà mai essere un’azienda.

Se a un’azienda interessa l’utenza a cui offrire un buon prodotto, bisogna stare attenti a non accostare le famiglie all’utenza e i risultati degli apprendimenti a un prodotto. È pur vero, come ebbe a dire Giorgio Israel, già docente presso l’Università La Sapienza di Roma, che «tra due supermercati l’utente sceglie quello che offre il miglior prodotto al minor prezzo e tra due scuole sceglie quella che promuove di più al minor costo di studio». Che tristezza associare una scuola, trasformata in azienda, a un centro commerciale.

Personalmente promuoverei una “customer satisfaction” in quelle scuole con gabinetti che saltano, ascensori che si bloccano, cortili che si allagano, cancelli che cascano e intonaci scrostati che cadono a pezzi. Queste sì che sono realtà da monitorare e da valutare. Ma tant’è che «nulla è assoluto, perché tutto è relativo» diceva Einstein.

E il merito? Dove mettiamo il merito? Problemi che accompagnano la scuola da decenni vincolata com’è da mille spire che resistono al tempo e che non accompagnano l’evoluzione nel tempo. Avevo visto di buon occhio quello che la “Buona Scuola”, di renziana memoria, assegnava ai presidi, parlo della “chiamata diretta” degli insegnanti che andava comunque accompagnata da contrappesi necessari a stabilire un equilibrato uso del potere discrezionale dei presidi. Direttamente ad essa collegata, ritengo oggi ottimale il sistema del riconoscimento del “Bonus” da assegnare ai docenti più meritevoli. Anche in questo caso vanno comunque individuati dei meccanismi garantisti onde evitare da una parte derive clientelari e dall’altra assicurare processi meritocratici verso quei docenti interessati ai meccanismi di carriera.

Non che tutto vada ad individuare i politici come gli unici responsabili del decadimento della scuola visto che certi mali endemici sono anche interni al sistema scuola e ai suoi metodi. Il problema se mai è che questi mali col tempo si sono assuefatti alle mode proposte dai tanti linguisti o sapienti della didattica evolutiva che tanta curiosità ha suscitato fino a raccogliere interesse nella stessa classe docente.

Quella della professionalità docente è una questione che richiama alla mente la crisi di identità, di visibilità sociale e di autorevolezza che accompagna oggi il docente al punto da essere diventato una figura che primeggia fra professionisti in declino. Ma una società senza docenti, come scrive Ilvo Diamanti in “Maledetti professori” è una società «dove nessuno vuole più imparare, dove è difficile esercitare il mestiere di istruire».

Diciamo pure la verità. La scuola oggi sembra aver perso la sfida sul piano culturale in quanto superata da quello della comunicazione sociale. Per dirla in parole semplici, anche a scuola Socrate è stato superato da Google.

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