Far ripartire l’economia del Paese con interventi mirati

di Stefano De Martis

Il mese di settembre è iniziato portandosi dietro il fardello di una raffica di dati negativi che l’Istat ha snocciolato proprio negli ultimi giorni di agosto. La disoccupazione ha ripreso ad aumentare (+0,1%). Il Prodotto interno lordo nel secondo trimestre è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente ed è diminuito (-0,1%) rispetto a un anno prima, confermando la stasi complessiva dell’economia. A ulteriore riscontro, il fatturato dell’industria è sceso dello 0,8% e gli ordinativi hanno perso in un anno il 4,8%. Nel mese di agosto è diminuito anche il clima di fiducia dei consumatori e delle imprese: l’indice del primo è passato da 113,3 a 111,9 e quello del secondo da 101,2 a 98,9. Occorre inoltre tener conto che il contesto internazionale è tutt’altro che favorevole e che esso ha un impatto potente sulla nostra economia non solo in termini di tendenze globali (aleggia sempre l’incubo di una nuova recessione) quanto su voci specifiche e determinanti per il nostro sistema produttivo come le esportazioni.

In una situazione del genere il primo compito per un nuovo governo, per qualsiasi governo, ma verrebbe da dire per tutta la classe politica, almeno per quella che non gioca al tanto peggio tanto meglio, è di far ripartire l’economia del Paese con interventi coerenti e mirati, a partire dalla prossima legge di bilancio. Non possiamo più permetterci di perdere tempo e di lasciarci abbagliare dalle luminarie della propaganda. E se le promesse elettorali si rivelano sbagliate o non corrispondono più alle esigenze reali degli italiani, non è buona politica mantenerle: bisogna avere il coraggio di correggere la rotta, in alcuni casi di fare marcia indietro.

Presupposto della ripresa è una stagione di stabilità politica. Non è un caso che i mercati finanziari reagiscano positivamente e in modo vistoso a ogni segnale che vada in questa direzione. Il che – visti i benefici per i nostri affannati conti pubblici – sarebbe già di per sé un buon motivo per fermare le fibrillazioni provocate da una campagna elettorale permanente che non ha conosciuto soste nell’ultimo anno e mezzo. Il Paese ha bisogno di riprendere fiato, di darsi i tempi necessari per politiche che non guardino solo al brevissimo periodo se non addirittura alle oscillazioni giornaliere dei social.

Questa consapevolezza richiama un secondo compito, di pari importanza e a guardar bene in stretta connessione con il primo: ricostruire la coesione del Paese. Nord contro Sud, emarginati contro emarginati, garantiti contro non garantiti, pensionati contro giovani, “popolo” contro istituzioni. Non si può ripartire se non si supera il clima avvelenato che ha innescato contrapposizioni viscerali in ogni ambito, molto oltre la fisiologica dialettica dei rapporti sociali e politici. E’ un compito che ovviamente non può essere imputato soltanto a un governo, né soltanto alla classe politica nel suo insieme. Richiede un impegno collettivo e diffuso da parte di tutti per “disarmare” gli animi. Ma se intanto si smettesse di seminare odio dall’alto sarebbe già un bel passo avanti.

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