Gli specialisti in prima linea per battere l’arresto cardiaco
Un locale della terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di Lodi

Al Maggiore il team salvavita contro l’arresto cardiaco

Nel reparto di terapia intensiva a Lodi un gruppo multidisciplinare di medici addestrati all’emergenza

Sono state una trentina nel 2018 le persone salvate dopo un arresto cardiaco a Lodi, grazie alla presenza nel terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di un team multidisciplinare e con la messa in campo di macchinari e cure più aggressive di quelle messe in atto a livello nazionale: più antibiotici mirati, terapie di raffreddamento e monitoraggio invasivo della funzionalità cardiaca.

A fornire numeri e dati, confrontandoli con la rete di altre 250 terapie intensive, sono il primario di anestesia e rianimazione e responsabile del dipartimento emergenza urgenza Enrico Storti e i suoi colleghi Paola Sepe (cardiologa), Claudio Panciroli (emodinamista), Angelo Zilioli (neurologo) e Mariano Scozzafava (pneumologo). Si tratta di un team multidisciplinare: tutte le figure sono chiamate a farsi carico di questi pazienti gravi, sotto il coordinamento della rianimazione.

Nel 2018, su 285 pazienti della rianimazione, 28, con un’età media di 68,6 anni, sono arrivati, nel reparto del settimo piano, dopo un arresto cardiaco. Solo 2 di questi provenivano da altri ospedali. «Tutti e 28 i pazienti - spiega Storti - sono stati ventilati in maniera invasiva e a 4, cioè il 14 per cento, è stata praticata anche la tracheostomia». Un dato interessante riguarda il monitoraggio invasivo della funzionalità cardiaca con un catetere che misura la quantità di sangue che il cuore riesce a pompare. Un paziente su 4 è stato sottoposto a questo tipo di controllo, cioè il 25 per cento, contro la media nazionale del 5. «Vuol dire - annota Storti - che quando “giochiamo questa partita” la “giochiamo” con gli strumenti migliori che abbiamo a disposizione»

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