Abolite sculacciate e violenze psicologiche per i vostri figli

di Corrado Sancilio

Tra una sculacciata data da un genitore in famiglia a fin di bene e una data da un educatore a scuola nel rispetto di un immancabile principio educativo, sembra che la Francia abbia ritrovato, in quelle che più frequentemente si chiamano “botte”, il significato negativo che cercava.

È di questi giorni la notizia di una legge approvata all’unanimità dal Parlamento francese sull’abolizione della sculacciata come sistema educativo da parte dei genitori nei confronti dei propri figli. Niente più botte e violenza psicologica, dunque, a “les enfants” nella Francia di Emmanuel Macron: «l’autorità dei genitori si esercita senza violenza fisica né psicologica» recita uno degli articoli.

E per togliere ogni dubbio sull’importanza educativa che una simile legge avrà d’ora in avanti oltralpe, una formula educativa in tal senso verrà letta da entrambi i coniugi al momento di contrarre matrimonio. Una legge di civiltà o una di eccessiva debolezza in campo educativo?

Di per sé stiamo parlando di un argomento che storicamente ha sempre avuto pagine e pagine dedicate fin dai tempi antichi. Una sculacciata, un ceffone o una carezza leggermente dolorifica ha sempre avuto il suo spazio non solo in famiglia, ma anche nella scuola tanto che la si riteneva necessaria giusto per “raddrizzare” il pargoletto quando prendeva una piega sbagliata.

Già Platone, ma anche Aristotele, parlavano dell’utilità di certe punizioni corporali verso i fanciulli insolenti: «Se il bambino obbedisce, è bene; altrimenti, egli viene raddrizzato con delle minacce e con dei colpi come un pezzo di legno». Non andavano per le spicce nell’antica Grecia. Naturalmente stiamo parlando di concetti educativi di 2400 anni or sono che, anzi, vedevano i bambini di Atene essere più fortunati in campo educativo dei loro coetanei spartani. A Sparta, infatti, tali faccende andavano peggio. Fin da piccoli venivano, si fa per dire, “analizzati” e se non “buoni” alla patria, venivano tolti di mezzo. E se ad Atene i bambini vivevano con l’incubo delle botte, a Roma non è che pedagogicamente parlando le cose andassero meglio. A ricordarcelo è il teatro di Menandro, commediografo ateniese, che lasciava dire ad uno dei suoi attori: «Chi non è stato ben picchiato non è stato ben allevato». Dunque qualche colpetto sul retrobottega veniva ritenuto efficace.

Una diversa impostazione abbiamo sempre in Francia con un grande pedagogista del XVII secolo: Jean Baptiste de La Salle, fondatore dell’ordine dei Fratelli delle Scuole Cristiane, ancora oggi attiva anche da noi, recentemente ricordato in un convegno a Roma in occasione del tricentenario della sua morte. Per il de La Salle, fautore della “pedagogia della fraternità” occorreva abbandonare la tradizione educativa sociale della severità, della repressione e dei castighi, per affidarsi alla comprensione e alla correzione amorevole. Una rivoluzione pedagogica per quei tempi.

Messi da parte i tempi storici e le tracce lasciate da grandi pedagogisti, rimane un fatto da segnalare e cioè che in Francia si è arrivati addirittura a legiferare per togliere ogni dubbio sugli effetti della violenza educativa, meglio dire sulle botte, tanto per capirci bene. Eppure nella storia di ognuno di noi chi può mai negare di non aver avuto da piccolo qualche scappellotto o carezza nel fondo schiena tanto per farci ricordare le stupidate compiute? I miei non mi hanno mai fatto mancare, all’occorrenza, questo tipo di “carezza” talvolta ricevuta anche con variabili strumentali tanto da poter dire che il “battipanni” non serviva solo a battere i panni. Avevano, almeno in casa mia, anche una funzione socio-educativa quando la si faceva alquanto grossa, così giusto per farci ricordare che certe cose non andavano fatte. Non per questo ho perso l’amorevole ricordo dei miei genitori.

Il papà che tiene sulle gambe il proprio figlio per le sculacciate è un’icona del passato, ma per diverso tempo ha rappresentato la famiglia patriarcale con solidi principi socio-educativi. Altri tempi?

Può essere anche se, tornando alla Francia, una recente indagine messa in campo dopo l’approvazione della legge, ha rivelato che l’85% dei genitori dichiara di usare le mani per educare i figli. Dunque le leggi non frenano una tradizione famigliare che in campo educativo vede i genitori, qualche volta, ricorrere alle mani per chiarire le idee ai figli.

E visto come stanno andando le faccende oggi, con ragazzi minorenni che si rendono artefici di certe gravissime azioni (vedi la banda del peperoncino), una qualche “carezza” da parte dei genitori forse aiuterebbe a capire meglio quando bisogna frenare prima di andare a impattare sugli altri causando anche gravi e talvolta luttuose conseguenze. Di ceffoni, dosati bene, dati a ragion veduta, non è mai morto nessuno, mentre è vero il contrario, ovvero che atti di bullismo messi in pratica da adolescenti scapestrati, hanno causato anche la morte di qualcuno.

Il caso della Lanterna Azzurra la dice lunga su cosa vuol dire non rendere conto ai figli delle loro responsabilità. La debolezza educativa dei genitori è causa di una pericolosa deriva comportamentale a cui assistiamo oggi con grande nostra amarezza. Ragazzini privi di qualsiasi freno inibitorio e che probabilmente non hanno mai conosciuto qualche “botta” salvifica dei genitori se non, al contrario, essere esperti di botte di vita quando si rifugiano in alcol e droga, si rendono artefici di azioni che solo dopo, quando il danno è fatto, sono motivo di pentimento fino a chiedere comprensione e perdono. Eppure l’impunità rende ancorché temerari colori i quali di fronte a debolezze educative si apprestano a diventare tali.

Ma poi chi ha detto che in qualche ceffone dato dalla mamma o dal papà non ci sia bontà e amore?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti ( 0 ) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito . I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati.