Risorse mondiali in (s)vendita, e le sovranità sono indebolite

di Giulio Albanese

La globalizzazione è un fenomeno dinamico, con improvvisi capovolgimenti. Se fino a qualche anno fa si parlava di multilateralismo nelle relazioni internazionali, oggi l’indirizzo è contrario. I rigurgiti di sovranismo che attraversano l’Europa e le grandi potenze – dagli Stati Uniti di Trump alla Russia di Putin – sono sintomatici di chiusure che penalizzano l’economia mondiale, con gravi effetti collaterali sui paesi in via di sviluppo.

Non v’è dubbio che sia proprio l’Africa a pagare maggiormente gli effetti del nuovo corso. E mentre nel vecchio continente i movimenti nazionalisti sembrano prevalere,nel continente africano si assiste a un progressivo indebolimento della sovranità degli stati. Le ragioni sono molteplici: di matrice etnica, religiosa, politica, sociale ed economica. E relative alla allocazione delle risorse. Se durante la guerra fredda l’Africa era infatti divisa in due principali aree d’influenza – statunitense e sovietica –, dai primi anni Novanta si è verificata una parcellizzazione del continente. Oltre alle ex potenze coloniali e agli Usa, sono scesi in campo paesi come Cina, India,

Giappone, Corea del Sud, Malesia, Canada, Turchia e tanti altri; ciò ha determinato una graduale crescita del Prodotto interno lordo in molti paesi africani e un aumento dell’occupazione, ma anche dell’esclusione sociale, evidenziando un deficit di virtuosismo da parte delle leadership locali.

In effetti, fenomeni come il land grabbing (il cosiddetto accaparramento dei terreni da parte di imprese straniere), unitamente alla corruzione e allo sfruttamento della manodopera autoctona, penalizzano i ceti meno abbienti. Lo scenario venutosi a creare è caratterizzato, in molti casi, non solo dalla svendita delle immense risorse naturali del continente – soprattutto agricole, minerarie ed energetiche –, ma anche dall’aumento della conflittualità e dal conseguente indebolimento dell’autonomia decisionale dei governi. Inoltre, le zone d’interferenza – condizionate da interessi spesso predatori – rendono sempre più fluide le frontiere tra stati, acuendo le conflittualità e infrangendo, almeno per ora, il sogno federalista dei padri del panafricanesimo.

Emblematico è il caso del Sud Sudan, paese che potrebbe essere un paradiso terrestre se la popolazione locale potesse godere i benefici derivanti non solo dalle attività estrattive del petrolio, ma anche dal grande fiume Nilo. Eppure dal 2013 le rivalità tra il presidente Salva Kiir e il suo principale contendente, Riak Machar, hanno causato morte e distruzione. Sebbene i due leader abbiano promesso di fronte a papa Francesco, lo scorso marzo, di collaborare per dare al paese un governo di unità nazionale, il cammino è decisamente in salita. Il Sud Sudan è infatti ostaggio di milizie che controllano le aree interne, ree di crimini infamanti.

E la Repubblica Centrafricana si trova in un’analoga situazione. Nonostante l’insediamento di un governo di unità nazionale, a seguito degli accordi di pace di febbraio, il paese resta assoggettato a formazioni armate, molte delle quali di matrice islamista, che controllano zone ricche di minerali preziosi, fonti energetiche e legname. Uno scenario simile è riscontrabile nel settore orientale della Repubblica democratica del Congo, in particolare nel Nord Kivu, ricco di minerali d’ogni genere, dove imperversano diversi gruppi armati, che compiono costanti atrocità nei confronti dei civili. E cosa dire del Darfur e delle Montagne Nuba, che rivendicano l’autodeterminazione dal governo sudanese? O della Somalia ricca di petrolio, gas naturale e uranio ma sotto il giogo di milizie islamiste e potentati locali?

Se a ciò aggiungiamo le ambizioni secessioniste del movimento estremista islamico Boko Haram nella Nigeria settentrionale, connesse alle infiltrazioni jihadiste che interessano la fascia saheliana del continente, il quadro geopolitico complessivo non può che destare preoccupazione. Di fronte a questo scenario, le cancellerie europee sono contrapposte da miopi calcoli, e restano inermi nell’azione diplomatica.

(Da Italia Caritas)

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