È luglio e la Terra ha già esaurito le risorse del 2019

di Giovanni Ditta

Il 29 di questo caldissimo luglio, l’Umanità ha esaurito le riserve dell’anno in corso e, per sostenere i propri consumi, è ora costretta ad intaccare quelle del prossimo anno. È l’ “Earth Overshoot Day”, in acronimo EOD, in italiano il “ giorno oltre il limite”, una data fatidica che dovrebbe indurre il mondo intero ad una profonda riflessione e conseguente revisione, riguardo agli attuali modelli di vita, ma che viene, invece, dispersa in mezzo a tanti altri eventi, molto meno importanti, anche se riportati dai media con immeritata enfasi.

Proviamo a spiegarne meglio il significato.

L’“Earth Overshoot Day”,in passato anche “Ecological Debt Day”,indica il giorno in cui gli uomini hanno consumato interamente le risorse che il pianeta ha prodotto e messo a loro disposizione per l’anno corrente.

Ciò significa, in una maggior comprensibile metaforica analogia, che la “dispensa dei beni” relativi all’anno 2019 si è completamente svuotata il 29 luglio e, per fronteggiare gli ulteriori bisogni, è necessario aprire il “lucchetto della dispensa 2020”.

La rilevazione annuale, seria e documentata, fatta dal Global Footprint Network, organizzazione internazionale no-profit, risale al 1970, anno in cui la suddetta scadenza iniziò il suo percorso a ritroso. Già all’inizio del terzo millennio si collocava al 23 di Settembre, nel 2018 è stata il 1° di agosto e, verosimilmente si prevede che nel 2050, il Mondo consumerà il doppio di quanto la Terra sarà in grado di produrre in termini di acqua, alimenti, energia e fibre naturali. Inoltre,e pressoché in contemporanea, l’ecosistema globale, già da adesso in sofferenza, non sarà più in grado di neutralizzare le immissioni, di gas serra in atmosfera.

È facilmente intuibile che all’individuazione della suddetta annuale scadenza, i popoli della Terra concorrano in misura variabile entro larghi margini. L’Italia, ad esempio, ha già raggiunto il proprio EOD il 15 di Maggio scorso. Considerando che, in questa poco onorevole graduatoria, essa occupa il nono posto, non presenta gran difficoltà la stima dello stesso parametro per Stati Uniti, Australia e Russia, costituenti il podio della classifica, che, quasi certamente, hanno già spalancato i “magazzini” del 2021 e forse del 2022. Più che ovvio, per contro, il modestissimo contributo di Ghana e Mozambico.

Chiamare in soccorso adatti aggettivi per catalogare una simile, sconsiderata tendenza, non aggiunge alcunché alla sua gravità. Vale tuttavia la pena ricercare adeguati approcci tali da fornire una pur flebile speranza per un’inversione di tendenza.

Esiste già uno strumento, reso disponibile dai network ambientalisti per scoprire qual è la nostra “impronta ambientale” e cosa possiamo fare per attenuarla.

Se, con una serie di adeguati, percorribili accorgimenti, si riuscisse a dimezzare lo spreco alimentare, sarebbero guadagnati 11 giorni, mentre un’oculata riduzione del cibo proteico potrebbe provocare una regressione del debito di oltre un mese.

Se durante l’inverno si decidesse di mantenere nelle case una temperatura inferiore di appena un grado, rispetto a quella mediamente ed esageratamente mantenuta, e se il traffico automobilistico individuale fosse opportunamente ridotto, ottimizzando l’utilizzo del trasporto pubblico collettivo, la riduzione potrebbe collocarsi nell’intorno di alcune settimane.

Se ognuno di noi, volendo ricorrere a banali, irrisori correttivi domestici, chiudesse il rubinetto dell’acqua corrente, mentre si spazzola i denti, interrompesse lo sciacquone del water entro cinque secondi, allontanasse i residui di sugo dai piatti, con lo spazzolino prima, di impilarli in lavastoviglie, minimizzandone il risciacquo già di per se superfluo, risparmierebbe ben oltre dieci litri di acqua al giorno. Estendendo un tal volume ai tre quarti dell’italico popolo, si arriverebbe sorprendentemente a 20 milioni di metri cubi all’anno.

Sono solo alcune valutazioni, tutt’altro che fantasiose che, se responsabilmente attivate, potrebbero ricacciare il temuto “giorno oltre misura” verso i più confortevoli limiti del S. Silvestro.

In assenza di procedure correttive, molto presto troveremo vuota anche la “dispensa” dell’anno successivo perché il pianeta non avrà più avuto né il tempo ne gli strumenti per ricostituirla.

Sento spesso utilizzare il concetto di “sviluppo sostenibile” e, pur non avendo dimestichezza con l’ermetico linguaggio degli economisti, è mia convinzione che possa essere realizzato puntando ad un insieme di provvedimenti in grado di assicurare risparmi in tutti i comparti consumistici, senza mettere a repentaglio posti di lavoro, ma solamente convertendoli.

Agli scettici che, leggendo questa breve nota, voltano il capo dall’altra parte abbozzando un sorriso di ironica sufficienza, indirizzo una raccomandazione: che si sbrighino a trovare un’altra Terra. Già in questo momento per soddisfare le smodate voglie dei Paesi ricchi occorrono 1,7 pianeti. Tra qualche decennio, due non saranno più sufficienti ed a nulla servirà sbarcare su Marte.

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