Giuditta, tre anni al “boschetto”: oggi lo sportivo cerca il riscatto
Un intenso incrocio di sguardi fra Ivano Giuditta e Peppo Castelvecchio, responsabile della comunità Il Pellicano di Castiraga Vidardo

Dopo l’inferno del boschetto di Rogoredo, una seconda possibilità per Ivano Giuditta. VIDEO

L’ex giocatore di hockey dell’Amatori, ora ospite della comunità di Castelvecchio, ci racconta la sua storia

È una storia di riscatto quella di Ivano Giuditta: ex idolo dei tifosi dell’Amatori, per tre anni è stato uno dei disperati del boschetto di Rogoredo, ma oggi ha scelto di uscire dal tunnel. «E grazie a Peppo Castelvecchio della comunità il Pellicano di Vidardo e all’amica Simona - dice - ci sto riuscendo».
Sulle scarpe da ginnastica che indossava durante l’intervista c’erano due scritte : «Game over» e «Help me». Il tempo delle partite in maglia giallorossa è finito, ma oggi in tanti sono tornati a fare il tifo per lui, non dalla tribuna del palazzetto come facevano quando giocava, ma da quella della vita.

«La mia dipendenza è nata dalla depressione - ricorda -, non ce la facevo più. Sono stato forse il primo hockeista risultato positivo al doping. È stato il mio declino psicologico, una mazzata, sono finito su tutti i giornali. Mi è crollato il mondo addosso. Ho continuato ad allenarmi, sono andato al Mondiale per club del 2006, in Angola, ma non ero più io. Ho iniziato ad assumere sostanze, direttamente in vena: eroina mischiata con la cocaina».

Ci descrive la vita al “boschetto”, episodi che gelano il sangue, le poche ore di sonno in inverno erano sui treni, e sempre lì si lavava. E nonostante tutto, racconta: «La cosa più brutta però era andare da mio fratello, guardarlo in faccia e chiedergli i soldi».

E poi è arrivata l’occasione di uscirne e Giuditta non se l’è lasciata scappare. «Nel dicembre 2018 ho perso la vista - racconta - , mio fratello mi ha seguito in ospedale. Il medico ha detto che stavo andando in coma. Sono stato dieci giorni ricoverato. Concettina Varango (responsabile del Sert di Lodi, ndr) mi ha detto: “Adesso basta”. “Dottoressa, mi lasci andare ancora tre giorni al “boschetto” e poi le prometto che vado in comunità”, le ho risposto. Nessuno ci credeva, invece tre giorni dopo sono tornato al Sert». Il gioco non è finito, oggi c’è un’altra partita da vincere.

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