Ma perché il nuovo esame di Stato è già tutto da rivedere?

d iCorrado Sancilio

Un altro Esame di Stato va negli archivi storici a futura memoria di chi vorrà cimentarsi, un domani, in un’attività di ricerca e di studio sui contenuti, sulla nuova formula che quest’anno ha visto studenti, presidenti e commissari affrontare alcune novità tra cui l’abolizione della terza prova, la nuova tabella dei crediti e le famose buste dei colloqui. Sono quelle che più di altre hanno lasciato il segno.

L’abolizione della terza prova ha dato mano libera ad una seconda prova strutturata su due materie, spiazzando gli studenti; la nuova tabella dei crediti ha consentito agli studenti di arrivare al colloquio nelle migliori condizioni che non in passato al punto da annullare, quasi del tutto, il timore di non farcela; la scelta della busta che conteneva lo “spunto” iconografico o documentaristico pensato ad arte per aprire un colloquio pluridisciplinare, ha suscitato non poche perplessità soprattutto tra i docenti.

A mio modesto parere, per quello che vale, le ultime due novità hanno condizionato pesantemente l’andamento dell’esame e condizioneranno anche in maniera decisiva il cammino di ciascun ragazzo. E vediamo perché. Cominciamo dalla nuova tabella dei crediti. È arrivata ad anno scolastico iniziato assieme alle indicazioni d’uso che avrebbero consentito ai consigli di classe di riconvertire i crediti acquisiti dagli studenti nei due anni precedenti.

Si scopre subito che la nuova tabella consente agli studenti di agguantare un maggior punteggio rispetto al passato e questo permette loro di arrivare alla fase finale degli esami con un più consistente peso, ma nell’accezione di quello che Policleto di Argo chiamava “pondus” ovvero “ponderazione”. E in effetti il tributo che ogni ragazzo porta con sé agli esami è notevolmente “ponderato” a suo favore nella fase del giudizio e della valutazione da parte dei commissari. In parole povere ogni maturando una volta ammesso, arriva agli esami con in tasca una situazione a lui decisamente favorevole.

A questo punto è sufficiente una prova anche relativamente modesta agli scritti, ma funzionale a spingere verso l’alto il punteggio parziale ancorché ancora privo del punteggio del colloquio tale da metterlo nella condizione di vantare una prova comunque già superata con il minimo sindacale. In tal caso qualche studente, uscendo di senno, avrebbe potuto presentarsi agli orali, espletare le formalità iniziali, scegliere la busta e, scusandosi per la fretta collegata alla partenza per le vacanze, salutare i commissari e diplomarsi con un 60/100 senza colpo ferire.

È un modo come un altro per portare a casa il bottino già accumulato con i crediti e i voti delle due prove scritte. Non è una situazione surreale, ma una constatazione reale, fittiziamente normale e potenzialmente adducibile, originata proprio dalla nuova impostazione dell’esame di Stato di quest’anno. Andiamo ora alle famose buste che tanta attenzione hanno attirato sugli studenti e sui commissari. Innanzitutto perché le buste?

È stato lo stesso Ministro Bussetti, che le ha volute a tutti i costi, a chiarire che l’idea delle buste «nasce da un principio fondamentale di equità. Negli anni scorsi succedeva che anche nella stessa scuola, con commissioni diverse, c’erano delle valutazioni con differenze anche marcate». Dunque una ragione di equità ha impresso la svolta verso questa novità del colloquio, ma per dirla alla Stéphane Mallarmé, poeta e scrittore francese, «un colpo di busta non abolirà mai il pericolo».

E in effetti non è che con le buste abbiamo reso più equo il colloquio. Anzi. Più degli altri anni precendenti si è intervenuto per sbloccare la situazione dal momento che la breve riflessione iniziale affidata ad ogni candidato, in tante occasioni, si è trasformata in silenzio meditativo. Troppo meditativo talché in alcuni casi lo stesso si è trasformato in “stato meditativo” con conseguente dissoluzione del flusso del pensiero, lasciando spazio all’eterno silenzio.

E poi “rebus sic stantibus” (stando così le cose) una domanda è lecita: è corretto affidarsi all’estrazione “casuale dello spunto” della busta come partenza del colloquio, in aperto contrasto con lo spirito della legge 107/2015 che parla di un colloquio «che tenga conto del curriculum dello studente(art.1.comma 30)?». Va pure detto che mantenere in piedi un esame così strutturato, comporta un eccessivo dispendio di risorse finanziarie. Se proprio vogliamo mantenere in piedi un rito così sentito, ancorato anche a una valenza storica, allora forse è meglio che a questo punto la commissione sia composta dai soli membri interni che ben conoscono i ragazzi e che sapranno meglio valutarli nel passaggio finale, con il solo presidente esterno, superando così ogni dubbio di mancata equità tra una commissione e l’altra.

Una siffatta commissione non avrebbe bisogno di tabelle o criteri di valutazione da inventare dal momento che tutto è nelle mani di una commissione composta da docenti che hanno accompagnato i ragazzi negli ultimi anni di studio, e questa conoscenza è a totale garanzia nel valutare il loro effettivo grado di maturità raggiunto. Probabilmente sarebbe la soluzione che meglio va a mediare tra chi vede gli esami di Stato oggetto di continui ritocchi forieri di delusioni e incertezze anche tra gli stessi insegnanti e chi li considera totalmente inutili fino a paventarne l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Del resto negli ultimi vent’anni, dalla riforma degli esami voluta dall’allora Ministro Luigi Berlinguer (1997) ad oggi, ci sono stati ben quattro riforme con ricadute anche sugli esiti finali. Si è passati dal 96% di promossi al primo anno della riforma Berlinguer, al 99,5% degli esami dello scorso anno scolastico (fonte Miur). Con questi continui cambiamenti e con questi risultati, si può ancora parlare di utilità di Esami di Stato?

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