Gli inglesi non amano parlare: qualcuno cerca di costringerli

di Caterina Belloni

Che gli inglesi siano riservati si sa. Ma adesso questa tendenza sta diventando un problema. Così nelle scorse settimane la Bbc ha coinvolto una serie di compagnie di trasporti per organizzare la giornata della “chiacchiera in viaggio”. Per un giorno i viaggiatori di treni, bus e linee metropolitane sono stati invitati a parlare con gli sconosciuti.

L’esatto opposto di quello che ci insegnano i genitori quando cresciamo! Solo che se in età infantile questo consiglio è azzeccato, diventa un boomerang quando si cresce e si dovrebbe cercare un’interazione sociale.

All’origine di questa campagna c’è la considerazione che l’isolamento degli individui sta diventando la cifra ricorrente del giorno d’oggi. Vale per i ragazzini che viaggiano sullo stesso autobus, ma non si parlano perché stanno guardando il telefonino o ascoltando musica, ma vale anche per gli adulti che controllano la email o lavorano al computer. Si sta seduti per ore a fianco di qualcuno, gamba contro gamba, spalla a spalla, e spesso non lo si guarda nemmeno in volto. Eppure ci sono film e libri che raccontano di amori nati su una carrozza della metropolitana. Una volta, forse. Adesso il nostro mondo “privato” ci segue grazie agli smartphone. Ci sentiamo forti e sicuri, ma finiamo per chiuderci in noi stessi. I passaggi successivi sono la solitudine (male sociale contro il quale l’Inghilterra ha creato un ministero) e la depressione, diffusa da queste parti in percentuali davvero altissime.

Per tentare di offrire alternative, dunque, la Bbc ha lanciato l’idea e molti gestori dei mezzi di trasporto pubblico l’hanno accolta. Come la Virgin Train, che ha vietato per un giorno l’uso delle cuffiette su un vagone o due dei suoi convogli ribattezzandoli vagoni per le chiacchiere o Chat Carriages. Sui mezzi a lunga percorrenza che avevano il servizio bar, poi, la stessa società ha offerto due caffè al prezzo di uno, purché il secondo venisse consumato chiacchierando con uno sconosciuto seduto accanto a noi. Per non parlare delle compagnie di autobus che hanno spedito manipoli di volontari sui loro mezzi, spingendoli – come si dice – ad attaccare bottone.

Quando ho letto i resoconti di questo progetto sono rimasta molto ben impressionata. Mi è sembrato originale e insieme provocatorio, quasi un monito per risvegliare giovani e meno giovani dalla sedazione in cui Internet li sta precipitando. Ma non tutti hanno reagito allo stesso modo. L’account Twitter della Virgin Train, per fare solo un esempio, è stato subissato di proteste da parte degli utenti, che non hanno gradito l’idea di essere forzati a socializzare. Le più arrabbiate erano le donne giovani, che hanno scritto di dover combattere costantemente contro le attenzioni non richieste del sesso opposto, e quindi non trovavano sensato che un’autorità superiore li autorizzasse a farsi avanti anche quando una donna non si mostrava interessata. Per non parlare di quelli che hanno minacciato di cambiare compagnia di trasporti, rivendicando la libertà di tacere e fare il broncio. Qualcuno ha persino sottolineato che subire pressioni per socializzare potrebbe avere un impatto sulla salute mentale degli utenti più fragili. Una teoria di frasi polemiche, al limite dell’offensivo, contro un progetto che puntava a risultati diametralmente opposti: apertura verso il prossimo, sorrisi, una riscoperta della gioia di interagire.

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