«Caro Trump, rinuncio ai soldi se mi firmi la foto di papà»
Una foto di Giuseppe Cremonesi scattata durante il periodo di detenzione negli Stati Uniti: il lodigiano venne fatto prigioniero dagli americani in Marocco

«Caro Trump, rinuncio ai soldi se mi firmi la foto di papà»

L’ex vice sindaco di Castiglione Pietro Cremonesi chiede un autografo in cambio di un litro di olio

Un autografo da incorniciare come un’opera d’arte «visti i caratteri monumentali della firma», Donald Trump. Pietro Cremonesi, infatti, ex vice sindaco di Castiglione, ha scritto al presidente americano chiedendogli la firma sulla foto di papà. In cambio gli manderà una bottiglia di olio di Bolsena.

Perché una foto di suo papà firmata da Trump? Perché Cremonesi aveva già fatto la stessa richiesta a Obama, nel 2016, ma era la vigilia delle elezioni e, nonostante la ricevuta della raccomandata fosse tornata a Castiglione, a non arrivare mai fu la risposta dell’ex presidente.

«Mio papà Giuseppe, classe 1921 - racconta Cremonesi -, era stato chiamato come militare di leva nella guerra d’Africa tra il 1942 e il 1944. Ferito a Casablanca, insieme a 30mila soldati italiani, venne fatto prigioniero degli americani lì in Marocco e poi trasferito a Chicago, a lavorare».

Papà Giuseppe era stato chiamato a cucinare per i soldati americani nel campo di prigionia. «Gli venne riconosciuto il diritto di ricevere la stessa paga dei soldati americani, 2 dollari e 10 centesimi al giorno - racconta l’ex vice sindaco -. Da questa cifra, inizialmente, gli americani trattenevano 1 dollaro e 30 centesimi a titolo d’indennizzo per i danni bellici. Questo fino a quando, a causa dell’ottimo comportamento di papà e dei suoi compagni italiani che invece di passare con la Repubblica di Salò, dopo l’8 settembre del ’43, erano rimasti con l’America, il governo Usa rinunciò ai soldi e versò 26 milioni di dollari all’Italia. Il versamento era seguito a un accordo siglato tra i due Stati il 14 gennaio del ’49, proprio l’anno della mia nascita. L’Italia avrebbe dovuto cercare i prigionieri italiani creditori e risarcire ogni famiglia. A mio papà spettavano 1800 dollari. Di quei soldi però non si è più saputo nulla».

Ad interessarsi della vicenda fu, il 24 aprile del 52, il deputato socialista Cornelio Fietta. Quest’ultimo presentò un’interrogazione, alla Camera, per sapere che fine avessero fatto i soldi. «Le operazioni di liquidazione sono in corso - gli risposero - e si stanno ultimando».

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