Venezuela: si riaprono le frontiere, ricomincia l’esodo

di Bruno Desidera

Impressionanti e al tempo stesso già “vecchi”. La notizia, diffusa venerdì dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che è stato sfondato il muro dei quattro milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese a partire dal 2015, è coincisa con la notizia della riapertura della frontiera tra Colombia e Venezuela, anche se solo per i pedoni.

La decisione di Maduro ha così provocato un nuovo esodo nel fine settimana, quando almeno 15mila persone hanno varcato il confine, mettendo a dura prova le strutture di accoglienza colombiane, soprattutto nella città frontaliera di Cúcuta, come conferma al Sir il vescovo della diocesi colombiana, mons. Víctor Ochoa Cadavid: «L’apertura era attesa dai venezuelani, che erano costretti a passare per gli accessi illegali, anche se qui c’è chi ha continuato a passare per i ponti internazionali. Sabato, dopo la notizia, l’afflusso è molto aumentato. Si sono formate lunghe code perché il passaggio è largo un metro, visto che sono ancora sulla strada i container che sono stati messi nei mesi scorsi per bloccare l’arrivo degli aiuti internazionali. Le strutture di assistenza e accoglienza hanno aumentato il loro servizio, sabato abbiamo distribuito 6.500 pasti e 1.500 colazioni. Siamo veramente in una situazione di emergenza». Insomma, il fenomeno dell’emigrazione dal Venezuela non conosce soste e anzi si rafforza di giorno in giorno. Basti pensare che in soli sette mesi, dal novembre 2018, il numero degli emigrati venezuelani sia cresciuto di un milione di unità, dai 3 ai 4 milioni. Secondo le due organizzazioni, la maggior parte dei venezuelani si ferma in Colombia (1,3 milioni). Seguono Perù (768mila), Cile (288mila), Ecuador (263mila), Brasile (168mila) e Argentina (130mila). Ma lo stesso, comunque altissimo numero relativo alla Colombia è in realtà sottostimato, come spiega al Sir mons. Misael Bacca Ramírez, vescovo di Duitama - Sogamoso, responsabile della Conferenza episcopale colombiana per le migrazioni: «Sono di più rispetto al numero di un milione e 300mila, molti evitano di registrare il proprio ingresso non avendo i requisiti per essere regolarizzati. Durante il periodo di chiusura della frontiera è aumentato il flusso nei punti senza controllo ufficiale e, invece, controllati da gruppi armati al margine della legge. In questo modo peggiora la situazione di vulnerabilità dei migranti e rifugiati, che sono sottomessi a dinamiche di economie illegali, come il narcotraffico, il contrabbando, il traffico di armi, la tratta di esseri umani». «Confermo che anche secondo le nostre stime il numero di chi lascia il Paese continua ad aumentare – dice al Sir padre Yovanny Bermúdez, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati (Jsr) del Venezuela -. Il Paese è al collasso e andarsene appare come l’unica possibilità per migliorare la propria vita. Il fenomeno continua a lasciare aperta la questione sul sistema di protezione che possiamo garantire a queste persone».

Non esistono statistiche ufficiali aggiornate sull’età media e il grado d’istruzione di chi emigra. “Ma posso dire - prosegue il gesuita - che si tratta soprattutto di giovani e di donne, spesso con basso livello d’istruzione. I giovani perché non vedono alcuna possibilità di futuro rimanendo qui in Venezuela. Le donne perché hanno fame e sperano di guadagnare qualcosa per far mangiare i loro figli, per dare loro qualche prospettiva. Intanto, però, molte donne sono costrette a lasciare da soli qui in Venezuela i loro figli, si tratta di un problema molto rilevante, che siamo chiamati ad affrontare. Aumenta il numero di bambini che vivono soli, abbandonati, che non vanno a scuola”.

Gli effetti del gigantesco esodo si avvertono non solo in Venezuela ma anche nei Paesi d’arrivo, a cominciare dalla Colombia, sempre più messa a dura prova. Prosegue mons. Bacca: “Questi flussi migratori si sommano a quelli interni, dato che la Colombia sta ancora superando la crisi umanitaria dovuta a decenni di conflitto armato. Le due crisi si sommano creando una forte crisi umanitaria, per la quale non si vede una rapida soluzione”. La risposta della Chiesa colombiana è stata comunque sollecita e diffusa in tutte le 76 giurisdizioni ecclesiastiche del Paese. «Lungo i quasi 2.200 chilometri di frontiera tra Colombia e Venezuela le diocesi più coinvolte hanno messo in atto tutte, sottolineo tutte, le azioni solidali possibili, fino a rischio di superare la propria capacità di risposta”prosegue il vescovo, che aggiunge: “E’ necessario trovare alternative in grado di alleviare la pressione delle comunità, dei governi locali e delle diocesi di frontiera, per poter concretizzare azioni integrali. Nonostante la collaborazione con le Nazioni Unite e le organizzazioni non governative, la situazione va al di là di qualsiasi capacità di risposta”. Le preoccupazioni sono varie: “Anzitutto siamo preoccupati per lo sfruttamento di giovani e bambini”, spiega mons. Bacca. E poi, c’è la situazione dei molti bimbi figli di venezuelani nati in Colombia, che sono senza cittadinanza. Ancora, “vanno elaborate strategie di inclusione e integrazione possibili. Questa è una crisi lunga, non mi pare ci possa essere una rapida soluzione».

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